Il burattinaio D’Alema e il nuovo “inciucio” con Fini

Massimo D'Alema

Chiunque conosca in maniera più approfondita i meccanismi della politica saprà che, nonostante ormai lo si senta nominare sempre meno, il peso di Massimo D’Alema all’interno del Partito Democratico è determinante. Perché conta una schiera di inossidabili fedeli, perché è politico esperto e consumato che conosce le dinamiche del caso, perché il suo delfino Pierluigi Bersani è attuale segretario del Pd. Per tutti questi motivi ogni mossa  o semplice dichiarazione del “líder maximo” del Pd va tenuta in grande considerazione, specie quando l’argomento è una larga intesa con la maggioranza (o come l’hanno definito molti, con un termine che è rimasta famosa, un “inciucio”).

Fatto sta che anche stavolta D’Alema sta dimostrando di non resistere al fascino dei potenti uomini di destra. La sua ultima fiamma è il presidente della Camera Gianfranco Fini, che ha corteggiato con parole lusinghiere sulle pagine del Corriere della sera: “Fini è interlocutore importante di un centrosinistra che capisce che il Paese non si può più governare in questo modo. Con un bipolarismo alla Berlusconi fondato sulla contrapposizione esasperata”. Parole che sanno anche di rivalsa sulla sua ex-fiamma, Silvio Berlusconi, che al di là delle promesse non ha appoggiato la sua candidatura europea alla nomina di mister Pesc. Al di là delle vendette personali, comunque, è chiara l’intenzione di D’Alema di puntare su Fini per distruggere il sistema bipolare che si sta attualmente consolidando in Italia. Anche in questo c’è una parte del Pd – la minoranza Democrat, ma anche Rosy Bindi – che non sembra apprezzare questa scelta di direzione.

Le reazioni all’interno della sinistra dopo la proposta del “burattinaio” D’Alema, come sempre, sono varie e contrastanti. Diplomatico Bersani, che ha leggermente moderato le dichiarazioni del suo mentore: “Il presidente della Camera – ha dichiarato Bersani – mostri coerenza del suo strappo: solleva problemi veri in un Pdl dove è impossibile risolverli quindi questo battibecco avrà scarsi esiti pratici”. Molto più feroci le accuse da altre fazioni del Pd, soprattutto da Beppe Fioroni: “Prima attendiamo il Messia, un Papa nero, che ci fa vincere le elezioni. Se no – ha affermato Fioroni – speriamo almeno in un vescovo nero con cui allearci. È la teoria della canna del gas, nel senso che se ragioniamo così siamo alla canna del gas”.

Le accuse più pesanti, ovviamente, vengono dall’uomo che per molti è il simbolo e il futuro della nuova sinistra italiana: Nichi Vendola. Secondo il governatore della regione Puglia – che con D’Alema ha sempre avuto un rapporto di amore-odio oscillante nel tempo – “il dibattito sul rapporto con Gianfranco Fini è espressione dello stato confusionale della leadership del Pd che continua a vivere arroccato in un palazzo e a non accorgersi della domanda di cambiamento forte che arriva dai cittadini, domanda frustrata da un’offerta politica incomprensibile, criptica e politicistica”. È evidente l’intenzione di Vendola di porsi come valida alternativa ad un Pd sempre più barcollante e tendenzialmente bipartisan. E non si vede, in fin dei conti, chi dovrebbe e potrebbe ostacolarlo.

Roberto Del Bove