Libertà d’informazione nel mondo, questo è il risultato

In attesa del Word press freedom Day il prossimo 3 maggio, la Freedom House, pubblica il suo tradizionale rapporto annuale sulla libertà di stampa.

L’organizzazione, voluta da Eleonor Roosevelt per dimostrare durante il nazifascismo l’incisività della libertà di stampa come elemento imprescindibile per una democrazia, ha definito nel rapporto per il 2009, dei trend preoccupanti. Tendenzialmente, deve essere registrato un pesante declino della libertà di stampa, soprattutto nelle aree del Medio-Oriente, dell’Africa Subsahariana e dell’America latina; molti paesi, fra cui Cina, Russia e Venezuela, hanno sapientemente utilizzato la tecnologia per restrizioni alle più moderne forme di accesso alle informazioni come Internet o i vari new media, inoltre i giornalisti sono sempre più vittime di aggressioni e omicidi.

Karin Deutsch Karlekar, managing editor della ricerca, ha sottolineato come nel 2009 la tendenza positiva al miglioramento della libertà di stampa, registrata negli ultimi trent’anni, non sia stata confermata. Tre sono i parametri presi in considerazione nella ricerca: la cornice legale nella quale i media devono agire, le influenze politiche e le pressioni economiche intese come concentrazione del potere editoriale.

L’Italia rappresenta un case study curioso per la ricerca. Declassata da “paese libero” a “paese parzialmente libero” l’anno scorso, al nostro paese viene contestato anche quest’anno proprio il primo indice della ricerca. “Dopo che il Primo Ministro Silvio Berlusconi si è scontrato con la stampa per la copertura della sua vita personale, che ha portato a querele contro i media esteri e locali e alla censura di ogni contenuto critico da parte della TV di Stato” spiega Karin Deutsch Karlekar, in Italia le leggi al diritto d’informazione sono state minate e le interferenze politiche si intrecciano alla possibilità di promuovere leggi a detrimento della diffusione di notizie, non all’accesso alle informazioni.

L’Europa occidentale rimane l’area da modello per il resto del mondo, anche se persino il Regno Unito è stato bacchettato a causa dell’eccesiva concentrazione dei media nelle mani di pochi e una legge sulla diffamazione, troppo rispettosa della privacy e poco del diritto d’informare. Tuttavia, il primo posto è, ex equo, per Finlandia, Islanda, Norvegia e Svezia; quarta la Danimarca; quindicesima la Germania, mentre Francia e Spagna sono, rispettivamente, al 21esimo e 22esimo posto.

Mexico, Honduras, Ecuador, Nicaragua e Venezuela destano preoccupazione senza margini di miglioramento.

La Russia quest’anno retrocede da “parzialmente libera” a “non libera”. Secondo i difensori dei diritti umani, Mosca nella classifica mondiale della libertà di stampa è scesa e ora divide il 175esimo posto.

In Asia, si sviluppa un’inversione di tendenza con un sostanziale miglioramento per paesi come India, Bangladesh e perfino l’Indonesia. Nell’area, tuttavia, la Cina e la Corea del Nord rimangono i paesi che preoccupano maggiormente. Quest’ultimo soprattutto insieme a Bielorussia, Birmania, Eritrea, Guinea equatoriale, Iran e Libia sono considerati paesi dove la stampa è messa in condizione di non poter operare per ogni forma di repressione dalla tortura alla impossibilità d’accesso all’informazione attuatata dai governi locali.

di Fabiana Galassi