Arriva “Draquila”: Bertolaso già trema e perde le parole in conferenza

Roma, 4 maggio. A Guido Bertolaso, capo della Protezione Civile, non è andato giù molto bene il boccone avvelenato della comicità di Sabina Guzzanti. Il film che uscirà il prossimo 7 maggio, “Draquila, l’Italia che trema”, sul disastro avvenuto in Abruzzo con il terremoto del 6 aprile 2009, e le disfunzioni istituzionali che hanno contribuito a notevoli disagi, secondo l’opinione presentata nella pellicola, non fa ben figurare l’Italia, a detta di Bertolaso.

O forse, non fa ben figurare la Protezione Civile? Perché quanto all’Italia nella sua globalità, è fatta anche dei protagonisti delle proteste, giustificate e non, e soprattutto è costituita anche delle italiane vittime della tragedia, e dei loro amici e famigliari. O bisogna dedurre dall’oscuro parlare del capo della Protezione Civile che per “Italia” si intenda proprio la S.p.A. di recente fondazione di cui lui è a capo? Misteri italiani?

Ad ogni modo, per colpa del festival di Cannes (dove verrà presentato come evento speciale) il film della Guzzanti avrà i temuti echi internazionali, vero problema al nocciolo della questione, al posto di quello che potrebbe esser costituito da una sana riflessione, che non fa mai, notoriamente male a nesuno, e dalla consapevolezza di aver ben lavorato, se così si può affermare, e di dover migliorare, in caso contrario. Ma no, il problema per qualcuno è tutto nella “figura” che si fa, e non nella sostanza del pensiero e del lavoro che, fondendosi, portano a risultati concreti, ed alla lunga anche ad opionioni durature (e perché no, a “figuroni” meno instabili di quelli costituiti da un semplice spot, o altri avvenimenti d’effetto mediatico ben programmati a tavolino).

“Credo che l’Italia non farà una bella figura”, è stata la considerazione di  Guido Bertolaso nel corso dell’ultima conferenza stampa a palazzo Chigi, nella mattinata di oggi. Non già “vediamo se si può discutere di alcuni argomenti sollevati”, o almeno “chissà che non sia un’occasione per riflettere, anche se non è di spettacolo che noi ci interessiamo”.

“Presto, prestissimo, si parlerà di noi e dell’Aquila“, ha sottolineato ancora Bertolaso. “Ad un festival del cinema si presenterà una verità che non è “la” verità ma, appunto “una parte” di verità. E non faremo, credo, come Italia, una bella figura”. Anche perché, ha ricordato, “in questi 12 mesi l’intero sistema paese che è intervenuto a L’Aquila, senza chiedere aiuto all’estero, ha fatto un lavoro straordinario”.

E sul fatto che non sarà in un film che sarà presentata al mondo “la” verità su quanto accaduto, come sull’indubbio lavoro di molti, nella dignità dell’indipendenza e dell’assenza di vittimismo morale e pratico rivolto all’estero, non si discute, poiché non è lecito dubitarne in modo generalizzato. Ma perché, allora, tanta paura di parlare, di mostrarsi per quello che si è, accettando all’occorrenza il rischio che vengano mostrate alcune imperfezioni, qualche debolezza, alcune falle nel sistema e nella correttezza individuale, laddove si può e si deve, come Italia e come insieme di istituzioni statali, migliorare ancora?

Continua, Bertolaso, il suo intervento alla conferenza stampa, impappinandosi in oscure parole, al modo di chi, anche se è sciocco supporlo, si trovasse in qualche imbarazzo: “Un giorno ci sarà pure bisogno di scrivere un libro per dire che se oggi siamo qui a spiegare che se non si fosse fatto quello che si è fatto nei dodici mesi passati, nessuno oggi potrebbe parlare della ricostruzione dell’Aquila”.  All’attento ascoltatore, ma ce ne son pochi in casi come questi, verrebbe da domandarsi: ma in che senso un libro che spieghi che se oggi si spiega… e come mai non si potrebbe parlare della ricostruzione della città? Si parlerebbe comunque della mancata ricostruzione, no?, cosa di cui in parte stiamo effettivamente parlando. Ma qui la comprensione logica si ferma, per dar spazio a quella intuitiva e più sostanziale: cerchiamo di raffazzonare un po’ di qualcosa, un po’ di parole o di qualunque altra cosa, perché comunque vadano le situazioni, e si mettano pure come si mettano, le figuracce a noi italiani proprio non piacciono.

Sandra Korshenrich