D’Alema Vs Sallusti: case simili, case diverse

La puntata di Ballarò di questa settimana ha visto lo scontrarsi, giornalisticamente parlando, di due pezzi da novanta, anche D’Alema è infatti un giornalista. Da una parte Alessandro Sallusti, vice-direttore de “Il Giornale“, quotidiano abbastanza vicino al Governo, pur molto critico anche con lo stesso per certi versi, come ad esempio è avvenuto con l’immediata richiesta delle dimissioni di Claudio Scajola dopo che il concorrente Repubblica ha portato alla luce il presunto scandalo  “casa con vista colosseo”. Va ricordato in questo caso che, l’ex-ministro, per ora, non è indagato, non esiste quindi nessuna ipotesi di reato a suo carico, ma il quotidiano di Feltri ha comunque sollecitato l’uscita di scena di Scajola.

Dall’altra parte Massimo D’Alema,  uomo politico di lungo corso, a detta di molti il migliore, da anni, tra i politici italiani; ex-Presidente del consiglio, militante e per alcuni versi fautore dei vari cambiamenti in direzione “democratica” del vecchio PCI. Protagonista infatti del “primo” PDS, e poi regista senza esporsi troppo alla luce dei riflettori mediatici del vecchio e nuovo PD.

Pontificando sulla casa di Scajola, acquistata presumibilmente ad un prezzo molto (troppo) inferiore a quello di mercato, D’Alema rimane vittima del ragionamento “Sallustiano”, sicuramente provocatore, ma con elementi che vanno comunque analizzati.

Il paragone tra l’equo canone di D’Alema e “l’affare” di Scajola, ci sta, per quanto riguarda il possesso di una casa che faccia da status symbol, cosa che nessun politico solitamente disdegna. E’ proprio partendo da questo presupposto che si sviluppa l’attacco di Sallusti all’esponente del PD, che ovviamente non riesce del tutto a nascondere l’imbarazzo, almeno inizalmente. Un imbarazzo dettato anche, forse soprattutto, dal paragone effettuato dal vice-direttore del Giornale, che collega due eventi che sì hanno qualcosa in comune, ma non certo tutto ciò che si è detto a riguardo.

Cosa c’è di simile e cosa c’è di diverso? Per tutto ciò che si può dire, ad oggi, nemmeno il caso Scajola possiede una rilevanza penale ed in questo, la vicenda dell’ ex-ministro è del tutto paragonabile a quella di D’Alema; anche nel suo caso infatti, nessun reato è mai stato accertato, nessun reato è nemmeno mai esistito. E’ altresì paragonabile anche  la posizione “privilegiata” delle case.

Ciò che non lo è  però e la differenza in questo caso appare discriminante, è, innanzitutto, la prorprietà dell’immobile. Mentre D’Alema era in affitto, pur pagando una cifra corrispondente ad un decimo, a detta di Sallusti, del valore reale d’affitto della casa in cui l’ex Presidente del consiglio abitava, l’appartamento vista colosseo è stato acquistato dall’ex-ministro, sempre se le ipotesi verranno dimostrate , con una corrispondenza in denaro che non ha coperto nemmeno la metà del suo reale prezzo di vendita. Di conseguenza il patrimonio di Scajola risulterebbe aumentato in modo rilevante a fronte di un esborso economico di gran lunga minore.

Il paragone “D’Alema ha lasciato la casa, Scajola no“, non è (ancora) fattibile, per una banale differenza temporale. Mentre la vicenda dell’esponente del PD è ampiamente conclusa, quella del ministro PDL è ancora in essere. Lo stesso ha dichiarato che, in caso gli accertamenti vadano nella direzione che la vicenda sembra aver preso, la lascerà.

Un’altra differenza, ma per ora del tutto ipotetica, sta in un’eventuale contropartita rispetto al privilegio “offerto” dall’appartamento. Nel caso D’Alema non esiste un’ipotesi simile, se non quella di aver pagato una cifra minore, fino a quando non se n’è andato, rispetto ad un valore di mercato per quanto riguarda gli affitti, molto più alto. Da precisare però è anche il fatto che, come sembra invece molti altri abbiano fatto, il  “leader Massimo“, andandosene ha anche perso l’occasione, diciamo così, di rilevare l’immobile a prezzi anch’essi molto minori rispetto al valore di mercato, stavolta degli acquisti.

Nel caso Scajola, se venisse accertata la provenienza dei misteriosi 900 mila euro dalle tasche di Anemone, è ipotizzabile una sorta di contro-partita in appalti pubblici, visto il coinvolgimento dello stesso Anemone nell’inchiesta G8 e la posizione sempre di Ministro ricoperta da Scajola ai tempi dell’acquisto del’immobile (2004).

Quest’ultimo è però, appunto, un paragone del tutto ipotetico, visto che, nei confronti del ministro dimissionario non esiste ad oggi nessuna accusa di questo tipo, ne risulta essere indagato per i motivi spiegati o per altri.

In definitiva, lo scontro Sallusti/Scajola – D’Alema sembra aver coinvolto molti più concetti di quelli che  in realtà avrebbe dovuto, in quanto alcuni di questi, non esistono nel caso D’Alema e non esistono nemmeno o perlomeno non esistono ancora nel caso Scajola. La difficoltà maggiore risiede infatti nel paragonare una vicenda completamente conclusa ed una che sembra essere appena iniziata.

A.S.