Novartis: risarcimento da 250 milioni per donne discriminate

ULTIMO AGGIORNAMENTO 13:59

Una condanna storica è stata inflitta all’azienda farmaceutica Novartis: è stata condannata a pagare 250 milioni di dollari in danni a oltre 5.000 donne. L’accusa è più pesante dell’immaginabile. Il colosso farmaceutico avrebbe discriminato donne dipendenti ed ex dipendenti per quanto riguarda gli stipendi, le promozioni e la maternità.

Come riporta la stampa statunitense, il verdetto è stato emesso da una giuria americana. Il legale della Novartis, Richard Schnadig, non ha voluto rilasciare commenti alla stampa. L’azienda farmaceutica ha detto già pochi giorni fa che ricorrerà in appello.

Per la valutazione delle misure punitive, la giuria al processo ha preso in considerazione la natura e la durata del comportamento della società nei confronti delle impiegate, il tipo di danno causato alle donne e le azioni dell’azienda dopo le accuse di discriminazione.

Le donne fanno parte delle 14mila impiegate della compagnia farmaceutica svizzera negli Stati Uniti. Lavoravano o lavorano per l’azienda ed alcune di loro sono manager. In questa popolazione femminile, onestamente lavoratrice, ma pesantemente discriminata, compare il nome di Amy Velez, assunta dalla società farmaceutica nel 1997 come rappresentante di commercio a Washington. Ha lavorato alla Novartis fino al 2004.

I 250 milioni dollari di danni sono stati calcolati in base al fatturato della società e rappresentano il 2,6 per cento della società dei nove miliardi e mezzo di fatturato nell’anno fiscale 2009. L’avvocato dell’accusa aveva chiesto una cifra tra i 190 milioni e i 285 milioni di dollari.

Si tratta di uno dei maggiori processi della storia americana sulla discriminazione sessuale. Dopo la notizia, le azioni della Casa farmaceutica sono scese di 0,61 punti alla borsa di New York. Il legale delle 5.000 donne, David Sanford, ha detto che il verdetto è un chiaro messaggio a Novartis e ad altre società sul fatto che “non possono più andare avanti discriminando”. Anche perché, sarebbe proprio il caso di dirlo, “chi discrimina paga”.

Rosa Ricchiuti

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