La Legge Bavaglio, la semilibertà e la rivolta dei giornalisti barboncino

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Censura, tutela della privacy: il confine è estremamente labile, in questo caso. E’ il caso del disegno di legge sulle intercettazioni telefoniche (già ribattezzato Legge Bavaglio), al vaglio del Senato: una Legge che imporrebbe ai cronisti – in caso di violazione – una sospensione dall’Ordine di tre mesi e una condanna penale da sei mesi a tre anni di carcere e agli editori una multa salatissima (da poco meno di sessantacinquemila a quasi mezzo milione di euro) per “omesso controllo”, nel caso in cui venissero pubblicate delle intercettazioni prima della conclusione “delle indagini preliminari ovvero fino al termine dell’udienza preliminare” (dopo quattro – sei anni dall’inizio delle indagini, per la cronaca). Infatti, si legge in alcuni stralci di questa discussissima legge, “sarà vietata la pubblicazione, anche parziale o per riassunto, della documentazione e degli atti delle conversazioni telefoniche anche se non più coperti dal segreto“.

Quindi, sarà impossibile conoscere nel dettaglio le dinamiche del malaffare tricolore: ommeglio, lo potranno sapere i giornalisti ma non i lettori, sempre meno tutelati da una classe politica che, abituata com’è ad essere servita da amabili giornalisti barboncino, dell’autonomia del quarto potere se ne fotte.

Ovviamente, non si tratta di una novità, né la Legge Bavaglio può essere considerato un colpo di mano della classe dirigente, intenzionata a rimettere in riga l’intellighenzia della carta stampata: assieme alla Tuchia, infatti, l’Italia è l’unico paese dell’Europa Occidentale ad avere una semilibertà di stampa. Come ogni anno da ormai oltre un decennio, infatti, l’ong Freedom House ha certificato come l’Italia presenti una situazione atipica in un regime ‘democratico’.

Ma adesso la situazione deve essere particolarmente critica se è vero che è dovuto scendere in campo anche il governo statunitense (da sempre, si sa, in prima linea per la tutela della democrazia a tutti i costi: attendiamo con ansia di essere bombardati), per commentare questo ddl liberticida. E’ stato il vice-sottosegretario del Dipartimento Penale Usa con delega per la lotta alla criminalità organizzata Lanny Breuer, nello specifico, a commentare: “Non vogliamo che succeda niente che impedisca ai magistrati italiani di continuare a fare l’ottimo lavoro fatto finora”.

Commenti critici sono giunti anche dai consigli di redazione delle testate giornalistiche Mediaset (!) e da Vittorio Feltri che, attraverso le colonne del ‘Giornale’ (quotidiano di proprietà del Premier), ha affermato: “Si tratta un attentato alla libertà di stampa e non potrà passare al vaglio della corte costituzionale. Supplichiamo Berlusconi: non ci somministri l’estrema unzione. Non ci trasformi da cani da guardia in barboncini scodinzolanti”.

Se poi anche una ‘vittima’ di passate intercettazioni come il Governatore della Sicilia Raffaele Lombardo ha dovuto prendere una posizione critica contro il ddl (“Alla vigilia della commemorazione dei giudici Falcone e Morvillo e degli agenti della scorta, mi permetto di rivolgere un appello […] affinché non si pongano limitazioni alle intercettazioni telefoniche, rivelatesi prezioso e insostituibile, spesso decisivo, strumento di lotta alla mafia e alle varie forme di criminalità organizzata che affliggono in particolare il mezzogiorno d’Italia. Il disegno di legge oggi in discussione al Senato mette a rischio indagini e libertà di informazione. Credo che cambiare strada sia ragionevole, opportuno, necessario”), allora vuol dire che forse la libertà è davvero a rischio.

Rocco Di Vincenzo