Stampa compatta contro la legge-bavaglio

Un fronte comune come non si era mai visto, capace di accorciare le distanze tra testate e organi d’informazione diversi, sulla scia di una battaglia da sostenere senza tentennamenti. Al contestato ddl sulle intercettazioni deve essere riconosciuto il merito di aver fatto “avvicinare” Vittorio Feltri a Norma Rangeri, nel nome della libertà di stampa da difendere insieme. Ieri i direttori dei maggiori giornali italiani si sono incontrati, sotto l’egida della Fnsi, per avviare una discussione sulla “legge-bavaglio” in discussione in Parlamento, che rischia di compromettere la qualità dell’informazione nel nostro Paese.

In videoconferenza dalla sede romana della Fnsi e dal Circolo della Stampa di Milano, i giornalisti hanno dato voce alle loro preoccupazioni e promosso la stesura di un documento nel quale hanno denunciato tutte le loro perplessità sul ddl che intende limitare l’uso delle intercettazioni e prevede sanzioni severe per i “disobbedienti”. “La disciplina all’esame del Senato – si legge nel testo – vulnera i principi fondamentali in base ai quali la libertà di informazione è garantita e la giustizia è amministrata in nome del popolo. I giornalisti esercitano una funzione, un dovere non comprimibile da atti di censura. A questo dovere non verremo meno, indipendentemente da multe, arresti e sanzioni. Ma intanto – continua il documento – fermiamo questa legge“.

Ad aprire gli interventi di ieri, ci ha pensato il segretario della Fnsi, Franco Siddi: “Non è in discussione il diritto o il principio della privacy – ha detto – ma la possiblità o meno di far conoscere ai cittadini ciò che è già noto alle parti in causa di un procedimento giudiziario. La verità dei fatti s’impone comunque, trova il modo di affermarsi. La notizia non si può mettere in prigione, lì devono andarci i delinquenti, i malfattori. Occorre tenere alta – ha concluso – la bandiera della libera informazione”.

“Il ddl – ha notato il direttore de “Il Corriere della Sera”, Ferruccio De Bortoli – limita l’attività dei colleghi, colpisce l’attività investigativa e rappresenta un forte vulnus per la democrazia. Per questo è opportuno trovare una soluzione concordata con gli operatori dell’informazione, in quella che è una battaglia importante, decisiva, ma non corporativa”.

Un concetto ripreso anche da Ezio Mauro, direttore de “La Repubblica”. “Si tratta di ddl – ha denunciato – non sulle intercettazioni ma sulla libertà. Il provvedimento in discussione introduce elementi irrazionali e irragionevoli, cozza contro il principio della libertà di stampa. C’è il sospetto – ha rincarato Mauro – che si voglia interrompere il circuito dell’informazione e del diritto ad essere informati e il dovere di informare”.

E un contributo importante alla lotta intrapresa per la tutela della libertà di stampa è giunto anche dal direttore de “Il Giornale”, Vittorio Feltri: “Mi auguro che la Corte Costituzionale – ha detto – bocci questa legge perché lede il diritto fondamentale dei citadini di sapere cosa succede nel nostro Paese”. Per Feltri, non è consigliabile brandire l’arma dello sciopero e auspica piuttosto “che tutt’insieme si faccia una bella battaglia“, partendo dalle colonne dei propri giornali.

Una convinzione ribadita da Mario Calabresi, direttore de “La Stampa”: “Metterci anche noi un ulteriore bavaglio – ha commentato – sarebbe eccessivo”. E sul testo della legge ha aggiunto: “La parte più odiosa sono le multe agli editori, che cambia profondamente il rapporto tra editore e chi lavora nelle testate. C’è una sorta di ricatto e si tenta di far svolgere all’editore un ruolo di museruola. Questa legge – ha continuato Calabresi – è congegnata in modo tale da rendere difficile che ci possano essere mediazioni, e allora a questo punto si guardi alla Corte Costituzionale”.

Impietoso, infine, il commento del direttore de “Il Manifesto”, Norma Rangeri: “Questa legge – ha detto – è segnale di arroganza e al tempo stesso di debolezza: non è facilissimo rendere imbavagliato un popolo. Il ddl punta a chiudere un cerchio e a passare – ha concluso – da un sistema a un regime“.

Maria Saporito