Ecco perchè i palestinesi non riconoscono lo Stato d’Israele

Non tutti sanno che l’attuale Stato di Israele, spesso protagonista dell’agenda mediatica, nasce con la risoluzione Onu n. 181 del 1947. Per avere un quadro chiaro della situazione odierna, e della sanguinosa lotta israelo-palestinese, è importante riuscire a capire in che modo si giunse a tale provvedimento. La domanda è rivolta alla storia.

Nel 70 d.c, gli Ebrei furono costretti a lasciare la Palestina per mano dei romani, popolo convertitosi al cristianesimo. Soltanto nel 1880, con il decilno dell’impero Impero Ottomano, essi cominciarono a far ritorno in Palestina. I primi coloni sionisti, circa 25.000 provenienti dalla Russia, occuparono la Terra Santa gettando nel panico la popolazione araba locale, che viveva in quelle terre da ormai 1800 anni. Iniziano così i primi atti di violenza.

I sionisti consideravano la loro impresa e le loro aspirazioni non solo legittime, ma anche sommamente morali: il popolo ebraico, oppresso e massacrato per duemila anni nel mondo cristiano e nei Paesi islamici, era intenzionato a trovare la salvezza ritornando nella sua terra d’origine e ristabilendovi la sua sovranità. Ma gli abitanti arabi, appoggiati dal mondo arabo circostante, denunciarono l’insediamento come un’invasione aggressiva da parte di stranieri colonialisti e infedeli.

Le basi per la creazione di uno stato ebraico vennero poste nel 1897, data del primo congresso sionista di Basilea. Fu in quell’occasione che Theodor Herzl, padre del sionismo e fondatore del movimento sionista al congresso, pronunciò le seguenti parole: “Il sionismo persegue per il popolo ebraico una patria in Palestina pubblicamente riconosciuta e legalmente garantita”.

La situazione precipitò durante gli anni del primo conflitto mondiale quando l’Inghilterra si fece interprete degli interessi di entrambe le popolazioni gettando l’area mediorientale nel caos. Da una parte, la Gran Bretagna promise l’indipendenza a tutti gli stati arabi, a quel tempo colonie occidentali, in cambio di un’attiva partecipazione alla guerra. Dall’altra, con la dichiarazione di Balfour del 1917, fece sapere ai sionisti che vedeva “con favore lo stabilirsi in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico”. Al momento della dichiarazione, la popolazione totale della Palestina era composta da circa 700.000 unità: 574.000 musulmani, 74.000 cristiani e 56.000 ebrei.

Nel 1918, le truppe inglesi conquistarono la Palestina, strappandola al dominio ottomano. Due anni più tardi, la Palestina diventò protettorato britannico. L’Inghilterra continuò tuttavia a mantenere un atteggiamento ambiguo. Pur dichiarando che il mandato aveva lo scopo di concedere agli arabi l’indipendenza, continuarono a favorire l’immigrazione ebraica. Nel 1929 venne istituita l’Agenzia Ebraica al fine di favorire l’immigrazione e la formazione di colonie ebraiche in Palestina.

Nel 1937, la commissione britannica presieduta da Lord Peel propose la spartizione tra ebrei e arabi della Palestina, con la creazione: a nord-ovest di uno stato ebraico; di una zona comprendente Gerusalemme e Jaffa sotto dominio britannico; il resto del paese riunito alla Transgiordania. Il piano venne però rigettato dai Sionisti e dagli arabi. Nel frattempo iniziarono le azioni terroristiche dell’Irgun Zvai Leumi, corpo paramilitare della destra sionista, fondato dal filo-fascista Jabotinskij, contro palestinesi e britannici.

Con lo scoppio del secondo conflitto mondiale, gli ebrei europei cominciarono ad essere massacrati nei campi di concentramento nazisti. L’Agenzia Ebraica organizzò l’immigrazione clandestina degli ebrei europei in Palestina. Gli ebrei residenti in Palestina raggiunsero in poco tempo quota 608.000 (un numero undici volte superiore a quello del 1917), contro 1.200.000 arabi.

Il 29 settembre del 1947, la Gran Bretagna fu costretta a rimettere il proprio mandato sulla Palestina alle Nazioni Unite. Il 29 novembre dello stesso anno, le Nazioni Uniti approvarono la risoluzione 181 che prevedeva la divisione della Palestina in tre parti: uno stato ebraico sul 56% del territorio; uno stato palestinese; una zona internazionale con Gerusalemme e Betlemme. Il confine tracciato venne definito “Linea Verde”.

In sostanza la risoluzione di spartizione assegnava il 55,5 % del territorio palestinese agli ebrei (per la maggior parte immigranti di fresca data) che costituivano meno di un terzo della popolazione e possedevano meno del 7 % delle terre. I palestinesi, da parte loro, che formavano più dei due terzi della popolazione e possedevano la grande maggioranza delle terre, si vedevano accordare solo il 45,5 % di un paese che gli era appartenuto senza interruzioni da secoli.

Gli ebrei si videro assegnare le terre migliori: la maggior parte delle pianure costiere (da Jaffa a Haifa) e tutte le pianure interne (da Haifa a Beisan, a Tiberiade). Questi settori inglobavano quasi tutte le zone di produzione di agrumi e di cereali. Privando così l’economia dello Stato palestinese, che era prevalentemente agricola, della quasi totalità delle zone di produzione di queste due derrate fondamentali, la risoluzione costituiva un vero e proprio colpo di grazia economico.

A coronare il tutto, per lo meno il 40 % dell’industria palestinese e delle sue principali fonti di approvvigionamento in elettricità del paese dovevano essere assegnate allo Stato ebraico. Su un totale di 800 villaggi palestinesi, la metà di essi almeno furono integrati nello Stato ebraico. Non solo Jaffa, il porto storico della Palestina, vero e proprio cuore della vita culturale e sociale (la cui popolazione palestinese raggiungeva 71.000 persone), si trovava confinata all’interno del perimetro della municipalità, senza spazio vitale per la crescita e lo sviluppo, ma la città era separata dagli aranceti che portavano il suo nome e rappresentavano la sua principale fonte di guadagno.

Haifa, il porto più grande della Palestina, terminale dell’oleodotto iracheno, deposito petrolifero di tutto il paese e sede dei settori imprenditoriali più attivi della società palestinese, abitato quasi in modo uguale da palestinesi (71.000) e da ebrei (74.000), fu assegnato allo Stato ebraico. Quanto alle altre grandi città arabe integrate nello Stato palestinese, Tulkarem e Qalqilia, Lydda e Ramla, Gaza, Majdal e Bi’r al-Sab’, molte furono quelle che si ritrovarono private delle loro terre più fertili e delle loro basi economiche nel retroterra. Le regione a monte del Giordano, che controllavano la principale fonte di approvvigionamento in acqua dolce dello Stato palestinese, furono attribuite allo Stato ebraico. L’insieme del lago di Tiberiade e la sua prospera industria della pesca, da sempre nelle mani dei palestinesi, furono ugualmente inglobate nello Stato ebraico.

La maggior parte dello Stato palestinese, ridotto alle regioni  montagnose centrali, si trovò racchiuso all’interno del paese, senza sbocco al mare, né il mar Rosso a sud, né il Mediterraneo a ovest. Le sue due uniche città costiere (con l’eccezione di Jaffa, isolata) erano prive di strutture portuali. Il solo aeroporto del paese che assicurava i collegamenti internazionali, vicino Lydda, toccò allo Stato ebraico, privando così i palestinesi anche di collegamenti aerei.

David Ben Gurion

A tal proposito, interessante il pensiero di Ben Gurion, il socialista che portò lo Yishuv, la comunità ebraica in Palestina, a divenire uno Stato e fu il primo premier di Israele. Una volta disse al leader sionista Nahum Goldmann: “Se fossi un leader arabo, non verrei mai a patti con Israele. È ovvio. Abbiamo preso il loro Paese. Dio l’ha promesso a noi, è vero, ma a loro cosa importa? Il nostro Dio non è il loro. Siamo originari di Israele, è vero, ma parliamo di duemila anni fa, e a loro cosa importa? Ci sono stati antisemitismo, nazisti, Hitler, Auschwitz, ma è forse colpa loro? Davanti agli occhi hanno una sola cosa: ci siamo presi la loro terra. Perché dovrebbero accettarlo?”. (Fonte)

Interessante è anche analizzare il voto favorevole alla risoluzione Onu.


Votarono a favore 33 paesi: Australia, Belgium, Bolivia, Brazil, Byelorussian S.S.R., Canada, Costa Rica, Czechoslovakia, Denmark, Dominican Republic, Ecuador, France, Guatemala, Haiti, Iceland, Liberia, Luxemburg, Netherlands, New Zealand, Nicaragua, Norway, Panama, Paraguay, Peru, Philippines, Poland, Sweden, Ukrainian S.S.R., Union of South Africa, U.S.A., U.S.S.R., Uruguay, Venezuela.

Votarono contro 13 paesi, fra questi tutti gli Stati Arabi: Afghanistan, Cuba, Egypt, Greece, India, Iran, Iraq, Lebanon, Pakistan, Saudi Arabia, Syria, Turkey, Yemen.

Si astennero: Argentina, Chile, China, Colombia, El Salvador, Ethiopia, Honduras, Mexico, United Kingdom, Yugoslavia.


In quell’anno, facevano parte delle Nazioni Unite solo 56 stati (sono attualmente 191). Questi stati rappresentavano meno del 20% dell’umanità, il che per un organismo con pretese universalistiche è piuttosto poco. Le Nazioni Unite erano allora completamente dominate dalle potenze che avevano vinto la guerra cioè le ex potenze coloniali di Gran Bretagna e Francia, la potenza neo-coloniale americana e dall’Unione Sovietica. Facevano parte dell’ONU alcuni altri paesi europei, riconoscenti verso gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, per essere stati «liberati». Sul territorio di alcuni di essi stazionavano ancora truppe di occupazione. La Polonia per esempio entrò a far parte dell’ONU pochi mesi prima della risoluzione 181. I paesi sud e centroamericani, facenti parte dell’organizzazione, avevano legami così stretti con gli USA da essere in verità dei veri e propri dominions. Altri erano retti da oligarchie o dittature filoamericane. Tutti dipendevano economicamente dai finanziamenti, dagli investimenti o dal mercato nordamericano. In quell’anno, inoltre, non facevano parte dell’ONU i paesi sconfitti della seconda guerra mondiale, la Germania, l’Italia, il Giappone e i loro alleati come l’Austria o la Romania, mancavano anche la Finlandia, la Svezia, la Spagna, il Portogallo, Malta, l’Irlanda, l’Islanda, che aderiranno nel 1955, mancava la Svizzera, e soprattutto mancavano tutti i paesi coloniali cioè le colonie inglesi, olandesi, francesi, portoghesi, spagnole, belghe, ecc. cioè quasi per intero l’Asia e l’Africa.

Questa era la “legalità internazionale” che impose ai palestinesi la distruzione della loro terra. Fu in realtà la volontà di entrambe le superpotenze, USA e URSS, le loro manovre, le loro pressioni, insieme al lavoro sotterraneo dei sionisti e all’influenza della lobby ebraica americana che decise la faccenda. Non è quindi sorprendente se gli undici commissari dell’UNSCOP (United Nations Special Committee on Palestine) incaricati di decidere il destino della Palestina seguirono la linea concordata dalle due superpotenze. Un recente libro dello storico israeliano Ilan Pappe chiarisce ulteriormente la situazione.

“Costoro – scrive Pappe degli 11 dell’UNSCOP – non avevano esperienza del Medio Oriente, né alcuna conoscenza della situazione della Palestina e inoltre avevano ispezionato molto sommariamente la zona. A quanto sembra, sarebbero rimasti più impressionati dalla deprimente visita ai campi di raccolta europei dei sopravvissuti all’Olocausto, che da quanto ebbero modo di vedere in Palestina. […] L’UNSCOP aveva ricevuto uno schema di partizione pronto all’uso dagli abili e ben preparati emissari sionisti […]. Ciò nondimeno, l’unanime e decisa opposizione dei palestinesi alla partizione era perfettamente nota all’UNSCOP. Per i palestinesi – dirigenza politica e popolazione -, la partizione era del tutto inaccettabile, e non molto dissimile, ai loro occhi, dalla divisione dell’Algeria tra coloni francesi e popolazione indigena. […] L’ultimo tentativo britannico di limitare l’immigrazione illegale degli ebrei, obbligando, di fatto, la nave Exodus, carica di scampati all’Olocausto, a ritornare in Germania, coincise con una visita in Palestina dell’UNSCOP, e ribadì, in certo qual modo, la correlazione tra Olocausto e creazione di uno Stato ebraico in Palestina”. (Fonte)

Un abile sfruttamento dell’Olocausto da parte dei sionisti, l’inettitudine dei commissari UNSCOP e la volontà delle superpotenze di imporre la spartizione decisero del futuro dei palestinesi.

Tutti ebbero modo di ravvedersi da lì a poco, quando dopo la guerra del 1948 tra arabi ed ebrei, Israele estese di molto il territorio assegnatogli, estendendo l’occupazione al Negev e alla regione di Nazareth, occupando il 78% del territorio palestinese, cacciando dalle terre conquistate oltre 750.000 palestinesi. L’ONU, con la risoluzione 194 del dicembre 1948, chiese ad Israele di permettere il ritorno dei profughi cacciati ai loro villaggi. Tuttavia, non impose il ritiro dello Stato israeliano entro i confini stabiliti nella precedente risoluzione. Ancora oggi Israele occupa quei territori. Ai palestinesi, nazione senza stato, non resta che la polveriera di Gaza e la Cisgiordania.

Di Marcello Accanto