Su Mourinho e sulla banalità del calcio italiano

C’è la banalità del male e quella del calcio italiano. E c’è un tecnico, giunto da Setubal attraverso Lisbona e Londra, che è stato capace di approdare nel Bel Paese e di scardinare la banalità del calcio italiano: è Josè Mourinho, lo ‘Special One’, che pur essendo il più speciale di tutti si è dovuto limitare a predicare nel deserto del calcio tricolore, potendo poco contro il male.

Appena arrivato in Italia per vestire i panni di nuovo allenatore dell’Inter, Mourinho conquista subito la ribalta mettendo le cose in chiaro: “Non sono un pirla”, dichiara perentorio nella conferenza stampa di presentazione. Assolutamente memorabile, in un calcio abituato alla vuotezza delle dichiarazioni diplomatiche degli addetti ai lavori. Con una sola battuta, il neotecnico nerazzurro riesce a conquistare i media italiani e, con essi, le prime pagine dei quotidiani del Bel Paese (non solo di quelli sportivi). La simpatia tra il quarto potere tricolore e l’allenatore lusitano, però, dura poco: ogni singola conferenza stampa dello ‘Special One’ travolge l’agenda setting, portando in dotazione un vespaio di polemiche.

Polemiche con il ‘cugino’ Ancelotti, ma anche con l’allenatore juventino (ex Chelsea, come Mou) Claudio Ranieri e con l’eterno avversario giallorosso Luciano Spalletti: l’Inter conquista il suo diciassettesimo scudetto, pur fallendo in Champions League (eliminata dal Manchester United campione in carica agli ottavi). Per Mourinho, giunto a Milano per vincere in Europa (per l’Italia bastava Mancini), la sola grossa soddisfazione è quella di essere il primo allenatore straniero nella storia a vincere al primo anno alla guida di un’italiana.

Al secondo anno, Mourinho deve fare meglio della stagione precedente: ci riesce in tutto, anche solo per la quantità di polemiche catalizzate. Nel corso della seconda stagione del tecnico portoghese in Italia, infatti, le diatribe aumentano esponenzialmente: la schiettezza – spesso sinonimo di onestà intellettuale – del tecnico portoghese inizia ad infastidire l’ovattato ambiente del calcio tricolore e così i rapporti tra Mou e l’outgroup vanno sempre più inasprendosi. E se le polemiche del primo anno sono tutte circoscritte al continuo botta e risposta tra l’allenatore ex Chelsea e i già citati colleghi competitors, al secondo anno Mou – e, più in generale, l’Inter – viene sottoposto ad un vero e proprio bombardamento mediatico: è il “rumore dei nemici” (definizione data dallo stesso Mou in una conferenza stampa di fine agosto dello scorso anno), che cercano di amplificare sia le polemiche interne allo spogliatoio che le diatribe tra il tecnico portoghese e il mondo esterno.

Basti pensare alla quaestio sorta intorno alla fede rossonera di SuperMario Balotelli (aizzata dai media, con l’intervento di ‘Striscia’ da prendere come paradigma) e alle tre giornate di squalifica inflittegli dal Giudice Sportivo per il gesto delle manette durante Inter-Sampdoria (match terminato con due espulsioni a carico dei nerazzurri): una punizione assolutamente fuori dagli standard, in un calcio che tende a perdonare i gesti provocatori (basti pensare al – già stigmatizzato – pollice verso di Totti nel derby di Roma).

Lo scontro tra Mourinho raggiunge l’apice con le parole esplicite di Mourinho – in perenne silenzio stampa durante il campionato – rilasciate ai margini della vittoriosa andata della semifinale di Champions contro il Barcellona: “Non amo per niente il calcio italiano”. E così il tecnico giunto da Setubal, vincendo stavolta anche una Coppa Italia e la tanto agognata ex Coppa dei Campioni, decide di abbandonare il Bel Paese e Milano, alla volta di Madrid (al Real per tentare di conquistare – primo nella storia – la terza Champions con una squadra diversa). Da ‘Special One’.

E ora, dopo giorni durante i quali i giornalisti hanno seguito spasmodicamente le dinamiche scaturite dal triangolo Perez – Moratti – Mourinho (un po’ perché i nemici sono sempre all’erta, un po’ perché è stato come vedersi scappare la transustanziazione della notizia da davanti agli occhi), mi chiedo: cosa scriveranno i quotidiani sportivi italiani? E di che si parlerà, al bar dello sport, senza “Zeru tituli” et similia?

R.D.V.