Per non dimenticare Peppe Valarioti

Per non dimenticare: trent’anni fa, la ‘ndrangheta di Rosarno uccideva Peppe Valarioti, impegnato nella lotta alle cosche. L’omicidio rimase impunito, “stranamente”, come spesso accade in Italia, i faldoni delle indagini “si smarrirono”, la vittima fu dimenticata e la ‘ndrangheta diventò padrona della Calabria.

La verità è che l’uccisione di quel trentenne, insegnante precario, a capo della sezione del Pci di Rosarno, ebbe il potere di affossare l’opposizione alle cosche locali che si stava formando e segnò il battesimo di sangue della Santa, la nuova ‘ndrangheta, destinata a cambiare il destino della regione.

 «Aiuto cumpagni, mi spararu». Gridò la notte tra il 10 e l’11 giugno 1980 e furono le sue ultime parole di Giuseppe Valarioti. Fu freddato mentre usciva dalla cena con cui il Pci festeggiava la vittoria alle elezioni. Era convinto, come molti all’epoca della sinistra illuminata che la politica e la cultura fossero strumenti per sconfiggere la mafia e offrire un’opportunità ai giovani del suo paese, della sua regione. E si “macchiò” di un affronto inaudito…

Mancano pochi giorni alle elezioni dell’80. Sono settimane ad alta tensione, una lotta senza quartiere per aggiudicarsi le poltrone locali (la vicenda è raccontata nel libro-inchiesta “Il caso Valarioti, così la ‘ndrangheta uccise un politico onesto e diventò padrona della Calabria” dai giornalisti Danilo Chirico ed Alessio Magro).

I compagni della sezione del Pci “condannano i tentativi della mafia di controllare le cooperative agricole, difendono il territorio dalla ’ndrangheta, dalla speculazione edilizia e dalle infiltrazioni. Peppe è un passo avanti agli altri e non smorza i toni nonostante i compagni di partito, i parenti, la fidanzata gli chiedano prudenza. Lui ascolta ma va avanti e organizza un comizio contro gli ‘ndranghetisti, nella piazza principale di Rosarno, proprio il giorno in cui si svolgono i funerali della madre del boss Giuseppe Pesce. Da una parte Peppe e i suoi, dall’altra il boss e i suoi uomini: in mezzo la gente di Rosarno” Alle elezioni vince il Pci, gli uomini dei clan non vengono eletti. La ‘ndrangheta reagisce e uccide Valarioti.

La vicenda giudiziaria durerà 11 anni: testimonianze coraggiose e ritrattazioni repentine, un superpentito che parla e non viene creduto e un crimine senza giustizia.
Ma c’è anche chi ha deciso di portare avanti la battaglia. Lo ha fatto Peppino Lavorato, compagno di partito, tra le cui braccia morì Valarioti.

E lo fanno tutti i giorni cittadini onesti e associazioni come daSud (promotrice del libro-inchiesta) e Libera, che hanno deciso di non dimenticare.
Oggi a Rosarno, si è svolta un’assemblea per ricordare Valarioti e perché no, per immaginare il futuro per un paese e i migranti che vivono sulla Piana e si rivoltarono sei mesi fa.

Chiara PAnnullo