Pomigliano: quanti sì, quanti no. e ora?

Ieri si è svolto il referendum deputato a decidere il futuro dei lavoratori dello stabilimento Fiat di Pomigliano d’Arco. La dirigenza del Lingotto,  aveva  fatto sapere di  “pretendere” una sorta di plebiscito dei “Sì”; per convincere la casa torinese a sbloccare il grosso investimento di 700 milioni di euro, gli operai di Pomigliano avrebbero dovuto accettare in larga maggioranza le condizioni di lavoro proposte da Fiat, schierandosi così, apertamente contro la Fiom, l’unica sigla sindacale che ancora non vuol saperne di aderire all’accordo.

Un plebiscito sembra esserci  in effetti stato, come ha dichiarato oggi Giorgio Cremaschi della segreteria generale Fiom, ma paradossalmente a metterlo in atto pare siano stati gli impiegati della fabbrica. A “9 in punto“, la trasmissione di Radio24, condotta da Oscar Giannino, Cremaschi ha infatti precisato che dai colletti bianchi  è giunto un inequivocabile  98% di sì , “contro” il 62 e spiccioli totale. In realtà dunque, sempre secondo Cremaschi, il “2 sì su 3” , sarebbe frutto proprio del voto degli impiegati di Pomigliano ( che ovviamente rimarrebbero, anche loro, senza lavoro, in caso di chiusura), che ha alzato la percentuale del voto espresso degli operai, i quali avrebbero  dato parere contrario all’accordo in una misura prossima al 42%, con punte del 50, in alcuni casi.  Quindi, i lavoratori più direttamente soggetti alle nuove condizioni di lavoro proposte da Fiat, si sarebbero espressi in senso contrario in percentuale decisamente alta rispetto alle attese di Marchionne; va detto, in ogni caso, che la maggioranza si è comunque espressa per il sì, anche tenendo presente i dati snocciolati da Cremaschi.

In giornata le reazioni sul risultato referendario si sono susseguite vorticosamente, prima fra tutte quella del Ministro del Welfare  Maurizio Sacconi, che ha detto di non voler immaginare un cambio di direzione della dirigenza Fiat,  anche alla luce del fatto che risulta innegabile che il referendum abbia dato un risultato “inequivocabile”.

La lotta della Fiom,  si basa, sostanzialmente, sulla presunta irregolarità, o meglio incostituzionalità, dell’accordo proposto da Fiat, il quale andrebbe a ledere anche, ad esempio, il diritto allo sciopero. Il sindacato metalmeccanici della Cgil, aveva anche bollato come “ricatto” tale richiesta d’accordo; se vi va bene è così, altrimenti ce ne andiamo in Polonia sarebbe il pensiero espresso da Marchionne  secondo Fiom.

 L’AD Fiat non ha certo fatto mistero  del fatto di voler aumentare esponenzialmente la produzione dello stabilimento di Pomigliano, e tantomeno ha fatto mistero del fatto che, se questo non avvenisse, ci penserebbero appunto i lavoratori polacchi a risolvere il problema di produttività. Ma i lavoratori italiani che problemi hanno? Quello, ad esempio, salariale: lo stipendio degli operai di Pomigliano non “seguirebbe” le rigide regole dell’inflazione da almeno 10 anni, di conseguenza, alla luce di un medesimo impegno, il potere d’acquisto dei soggetti coinvolti nella vicenda dello stabilimento campano, sarebbe diminuito significativamente. Chiedere quindi ulteriori sforzi ai suddetti lavoratori parrebbe davvero troppo. Come contropartita però va citato l’assenteismo , triplo rispetto  alla media italiana. Inoltre, è da considerare il fatto che c’è chi dice che dentro la Fiat di Pomigliano gli operai si attrezzavano a fare dei mercatini per arrotondare al posto di lavorare in linea,  la stessa linea dove alcuni si sarebbero fatti il caffè con la classica “moka” domestica.

Per quanto riguarda il voto, infine, è da dire che oltre 8000 lavoratori dell’indotto non hanno potuto esprimersi  su quella che appare come una vera e propria battaglia tra Fiat e Fiom. Non essendo assunti da Fiat, ovviamente non sono stati chiamati al voto, ma è logico pensare che, cambiando le condizioni di lavoro di Pomigliano, cambierebbero conseguentemente anche quelle dei lavoratori e delle aziende “aggrappate” alla fabbrica campana. Da quì potrebbe partire un ragionamento sulla giustezza o meno dell’esclusione di tali lavoratori; pur considerando il fatto che, ovviamente, la vicenda non riguarderebbe, un eventuale chiusura di Pomigliano farebbe decadere migliaia di posti di lavoro “conseguenti”. Se tecnicamente è giusto siano esclusi perchè esterni a Fiat, umanamente sorgono però alcune remore.

Un’altra questione riguarda poi la durata del lavoro; sempre a “9 in punto”, è stato posto il problema riguardante il futuro. Se Pomigliano deve produrre la Panda, quando la  suddetta auto andrà in pensione, tra qualche anno, che succederà? Un nuovo ammodernamento? Una nuova cassa integrazione? Ulteriori lotte sindacali? Oppure l’eventuale “trasformazione” di Pomigliano è stata progettata anche per modelli futuri che garantirebbero una continuità occupazionale? E, se così invece non fosse, varrebbe la pena per gli operai campani sopportare condizioni di lavoro di  molto più pesanti di quelle precedenti per soli due o tre anni, per poi ritrovarsi in una situazione analoga a quella attuale?

A conclusione, la posizione prevalente espressa da Cgil e Fiom, è parsa essere quella di un’accettazione con molte riserve del Sì: In sostanza, i lavoratori vogliono lavorare, ma non a queste condizioni e, visto che l’ammodernamento di Pomilgiano durerebbe circa un anno e mezzo ( almeno) e che, ancora per tutto questo tempo gli operai usufruirebbero, pare, di un’ulteriore cassa integrazione, ci sarebbe tutto il tempo di rivedere le condizioni di lavoro (im)poste da Fiat,contro le quali Fiom si è detta pronta a ricorrere anche alla magistratura. Il dubbio è se il Lingotto sia disposto a sobbarcarsi ulteriori problemi, trattando nuovamente con il sindacato (sperando che nella trattativa non s’inseriscano anche le altre sigle che già si sono espresse per il sì), oppure decida, tagliando la testa al toro, di trasferire la produzione  in Polonia.

A.S.