Mondiali 2010: it’s not time for Africa

Didier Drogba, 32 anni, capitano della Costa d'Avorio

Quello del 2010, per molti, doveva essere il mondiale delle squadre africane. Era il loro momento, la grande chance, il punto di svolta. Ma sì, già nel 2006 ne erano tutti convinti: una nazionale del continente nero finalmente arriverà sino in fondo a giocarsi la Coppa del Mondo. Figuriamoci nel 2010, nel torneo disputato proprio in Sudafrica. “This time for Africa’” recita il testo di una canzone ormai arcinota, ma dati di fatto alla mano la situazione non è poi così felice. No, non è ancora arrivato il momento dell’Africa. Sono cresciuti certamente i singoli: mai infatti le nazionali nere hanno avuto nella loro storia così tanti campioni (da Drogba ad Eto’o, passando per Adebayor, i fratelli Touré, Essien). Ma a livello collettivo siamo ancora lontanissimi dall’evoluzione che il calcio moderno richiede. Pregi e difetti delle africane sono sempre gli stessi: esuberanza fisica che a volte sfiora la strapotenza, tecnica di base assai povera ed una preparazione tattica ancora lontanissima dal resto del pianeta. In poche parole: crescono i singoli, non cresce il movimento. Questo perché il calcio africano, a livello di tornei e campionati, è ancora molto arretrato rispetto ad esempio all’America o all’Asia. Quel che abbiamo visto in questo mondiale 2010 non si discosta molto da quanto accadde già 20 anni fa.

Le squadre africane hanno un potenziale nascosto di tutto rispetto, ma mancano degli strumenti necessari al fine di esporlo al miglior livello. Non è un caso che, rispetto ad altri paesi, le nazionali regine del calcio nero siano in costante alternanza: fino a quattro anni fa stradominavano Camerun e Nigeria, oggi le più quotate sono Costa d’Avorio e Ghana. Le prime due hanno subito una clamorosa involuzione dagli anni novanta ad oggi, pur disponendo ancora di discrete individualità. Le seconde hanno avviato la propria esperienza ad alto regime solo quattro anni fa. Drogba e compagni sono stati penalizzati per ben due volte dal sorteggio (nel 2006 pescarono il gruppo di Argentina e Olanda, stavolta si son ritrovati con Brasile e Portogallo), ma sul campo hanno deluso le aspettative. Poche idee, gioco deludente: il cuore del solo Didier, peraltro menomato da un grave infortunio al braccio, non può bastare. Zitto zitto, il Ghana privo di Essien è l’unica ad aver varcato la soglia del primo turno. E paradossalmente, è quella che ha incantato di meno. Solo due gol, entrambi su rigore, ma un minimo di compattezza e quadratura in più. Non che i ghanesi abbiano molte chance di arrivare in fondo, ma l’onore africano quantomeno è salvato. Sperando che non passino altri quattro anni a vuoto, e che nel 2014 in Brasile possa essere davvero la volta dell’Africa.

Alessio Nardo