Mondiali 2010: l’evolution soccer degli Stati Uniti

L'esultanza di Donovan

Se da una parte il calcio africano non si evolve, restando sostanzialmente fermo al palo, nel resto del pianeta si cresce che è un piacere. Finora quello del 2010 è stato soprattutto il mondiale delle nazionali americane. Da nord a sud, passando per il centro, l’unica a steccare è stata la cenerentola Honduras, ma era prevedibile. Così come non ci si può stupire dell’ottimo andamento di squadroni dalla grande tradizione come Brasile, Argentina e Uruguay. I giovani ed esuberanti collettivi di Paraguay, Messico e Cile fanno il resto. Chi ha stupito in positivo ancora una volta? Gli Stati Uniti, qualificati sì all’ultimo respiro in virtù di un gol del leader Donovan, ma dati alla mano trionfatori del gruppo C davanti persino ad una strapotenza mondiale quale l’Inghilterra.

Evolution soccer, per rifarci ad uno dei più famosi videogiochi del mondo. Da dodici anni il calcio statunitense è cresciuto a dismisura, e promette di non fermarsi qui. Era il mondiale 1998, e la truppa a stelle e strisce chiuse la propria avventura post torneo casalingo del ‘94 con tre sconfitte e ultimo posto nel girone iniziale a quota zero. Un’umiliazione dalla quale riprendersi, immediatamente. Con abnegazione e serietà, gli USA lavorarono sodo e nel 2002 (con Bruce Arena alla guida) in Corea e Giappone raggiunsero a sorpresa i quarti di finale: travolto il Portogallo nella fase a gruppi, sconfitto il Messico agli ottavi e messa alle strette la Germania ai quarti. Solo un gol di Ballack e i miracoli di Kahn permisero ai tedeschi di avanzare, stroncando i sogni americani. Nel 2006 in Germania, gli USA furono l’unica squadra a non perdere contro l’Italia poi divenuta campione, pur non qualificandosi agli ottavi. Nell’ultimo biennio è arrivata la finale di Confederations Cup (persa solo di misura contro il Brasile) e infine, ieri, la vetta del gruppo C dei mondiali. Rispetto al 1998, la squadra ha tutta un’altra fisionomia. La preparazione tattica è al livello delle europee, e molti singoli militano con successo in compagini del Vecchio Continente: Howard, Cherundolo, Bocanegra, Dempsey, Altidore. Segnale inequivocabile di un movimento che, in silenzio e con grande umiltà, sta crescendo sempre più. La Major League Soccer diventa ogni anno più appetibile, e di questo passo gli States son destinati a diventare una realtà sempre più solida e stabile nel mondo del calcio. Con qualche decennio di ritardo, forse. Ma come dice il proverbio: meglio tardi che mai.

Alessio Nardo