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Batteri dallo spazio: i risultati precari di una ricerca molto discussa

Avete mai sentito parlare della teoria della panspermia oggetto di studi e ricerca di una scienza chiamata esobiologia? Gli studiosi di questa branca della biologia pensano che la vita nell’universo possa essere il frutto di spore batteriche disseminate dai meteoriti o dalle radiazioni stellari. Con tutta probabilità, l’organizzazione vivente della materia non è un’ “invenzione” della nostra Terra, ma ha un’origine cosmica,  sosteneva il grande chimico svedese Svante Arrhenius, all’inizio del XX secolo .

Il radioastronomo Frank Drake, convinto sostenitore della panseprmia, sviluppò un’equazione in cui il numero di civiltà extraterrestri è in funzione del prodotto di una serie di fattori, anche se le incertezze nei termini dell’equazione rendono impossibile predire se la vita è rara o comune. Lo scienziato della NASA Chris Mckay affermò a proposito dei risultati delle ricerche di Drake che: “l’unico esempio che abbiamo è quello della vita qui sulla Terra: se soltanto trovassimo il più semplice insetto su un altro pianeta, e se quell’insetto fosse diverso da quelli che abbiamo qui, sarebbe la dimostrazione che c’è vita in ambedue i posti; e se c’è in due posti, è evidente che l’universo è pieno di vita”.

Proprio per questo appare stupefacente l’annuncio dato nel maggio 2001 da alcuni ricercotari italiani, il geologo Bruno D’Argenio e il biologo molecolare Giuseppe Geraci dell’università Federico II di Napoli, Rosanna del Gaudio, del Consiglio Nazionale delle Ricerche, che affermano di aver trovato all’interno di dieci meteoriti e di diverse tipologie di rocce terrestri, batteri il cui corredo genetico è leggermente diverso da quello delle 28 mila specie di batteri terrestri conosciuti. I “batteri extraterrestri” apparterrebbero ad una tipologia di batteri ultraresistenti, detti estremofili, in grado di sopravvivere a pressioni elevatissime e temperature superiori a 900 gradi centigradi. Se la scoperta venisse confermata come vera, ciò riaprirebbe il dibattito sui temi “caldi” dell’esobiologia: la vita sulla Terra è stata importata dallo spazio o forse l’evoluzione verso la vita è una proprietà della materia che si realizza ovunque, sul pianeta Terra come nel grembo delle nebulose e nei nuclei delle comete?

I dubbi sulla veridicità di tale scoperta sono diversi, e sono stati sollevati da scienziati di diversa estrazione, come l’esobiologo Martino Rizzotti dell’università di Padova, fche insinua il sospetto che quei batteri possano essere banalmente terrestri e penetrati nelle rocce meteoriche dopo l’impatto sulla Terra. Luigi Colangeli, esperto di materiali extraterrestri all’ Osservatorio Astronomico di Capodimonte, sottolinea il fatto che  molte rocce e gli stessi meteoriti sono ospitati da decenni nel Museo di mineralogia dell’università di Napoli, rimanendo quindi esposti a lungo al pericolo di contaminazione biologica.

La biologa dell’ Università di Bari, Paola Londei, esperta in archeobatteri, riassume in quattro i punti deboli, o da chiarire di questa ricerca. Il primo è quello della presenza di ossigeno nelle colture dei “batteri extratterestri”, elemento quasi del tutto assente nello spazio, seguito dal fatto che i batteri primordiali vivevano in un ambiente molto diverso da quello odierno, quindi è bizzarro che riescano a crescere in un terreno usato in modo routinario in laboratorio per le specie batteriche attuali. In ultima analisi ci sono il problema già citato della contaminazione ambientale, e quello della somiglianza genetica dei batteri esaminati con quelli dei batteri che vivono oggi sulla terra.

I dati e i risultati della ricerca, esposta brevemente sopra, sono ancora al vaglio del mondo scientifico nazionale ed internazionale, per essere sottoposta a  tutte le verifiche del caso. La diatriba sulla vita extraterrestre continua a tenere banco.

Alice Ughi

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