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Dell’Utri: mafioso, ma i telegiornali lo assolvono

Impazzano sul web i filmati che ricostruiscono come i principali telegiornali del Paese, eccezion fatta per il Tg3, hanno accolto la sentenza dei giudici della Corte di Appello di Palermo che, ieri, hanno confermato la condanna per concorso esterno in associazione mafiosa al braccio destro del premier Silvio Berlusconi Marcello Dell’Utri, riducendo da 9 a 7 anni la pena ritenendo insufficienti le prove inerenti la condotta dell’ex senatore dopo il 1992.
“Marcello Dell’Utri assolto a 7 anni di carcere” è questa la frase che circola maggiormente, contornata da una buona dose di amara ironia, sui network di controinformazione e su Facebook.

Per il giornalismo televisivo di cinque dei sei canali più visti nel Paese, infatti, Marcello Dell’Utri potrebbe quasi andare a festeggiare, magari come fece in primo grado il suo collega Totò Cuffaro offrendo cannoli ai giornalisti dopo aver ricevuto una condanna a 5 anni; il Tg1, con l’inviata da Palermo Grazia Graziadei, ha spiegato che “La Corte non ha creduto alla tesi della pubblica accusa che ha chiesto 11 anni per Marcello Dell’Utri, imputato per concorso esterno in associazione mafiosa. Sette anni la sentenza di secondo grado, ma per i fatti dopo il 1992 Dell’Utri è stato assolto”, mentre il Tg2 si è premurato di spiegare che “la sentenza cancella i sospetti di mafiosità che la procura ha letto, e legge, attorno alla nascita di Forza Italia”.

I liberi giornalisti del servizio pubblico hanno così ritenuto, senza avere a disposizione le motivazioni della sentenza della Corte, che i giudici abbiano giudicato false le dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza in merito ai rapporti fra Stato e mafia a partire dal 1992, mentre si sarebbero potuti limitare a riscontrare un’insufficenza di prove.
Per di più nel corso di questa lode al buon “Marcellino” che esce dal processo con due anni di galera in meno da scontare, entrambi i Tg si sono dimenticati di ricordare che la condanna per concorso in associazione mafiosa riguarda episodi precedenti il 1992 come l’assunzione dello stalliere di Berlusconi Vittorio Mangano e un incontro presso la sede dell’Edilnord, di proprietà del Presidente del Consiglio, con Berlusconi stesso e i capimafia palermitani Stefano Bontade e Mimmo Teresi.

Il meglio arriva, però, riguardando le aperture dei telegiornali targati Mediaset.
Per il Tg5 il senatore, assolto dalle accuse sul rapporto Stato-mafia, è condannato solo per “episodi che risalgono a prima del 1992” di cui non si chiarisce la natura, mentre Studio Aperto riesce nell’impresa di coniare un nuovo termine giudiziario: il reato di “concorso esterno in associazione”.
Peccato che, anche se ai telespettatori di Italia1 non è dato saperlo, Dell’Utri sia stato condannato a 7 anni per aver collaborato con la mafia, non certo con un’associazione bocciofila o culturale.

Proprio Studio Aperto, però, da il meglio di sé con l’editoriale del direttore Giovanni Toti che si impegna nell’affrontare alcune “riflessioni sulla giustizia italiana”, spiegando che i giudici parlamentari “hanno spazzato via le fantasiose ricostruzioni su rapporti fra mafia e Stato (ribaditi ancora oggi da Beppe Pisanu, ex ministro in quota Forza Italia)”, “hanno ritenuto incredibili le dichiarazioni di Spatuzza (forse Toti gode del privilegio di avere già in mano le motivazioni della sentenza, ndr) che pagato dallo Stato ha infangato tante persone perbene”, ma, nonostante tutto, questi giudici, cattivoni e comunisti, “hanno trovato il modo di condannare Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa”, un reato che, per Toti, è “discusso e francamente molto discutibile”.
Purtroppo per Toti, però, in questo Paese ancora ci si ostina a voler disturbare quelle persone per bene che intrattengono sani rapporti con galantuomini delle famiglie e picciotti.
D’altronde, si sa, siamo un Paese strano.

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