Il popolo misterioso del Cerro Saquir

Le origini e la storia della grande civiltà precolombiana degli Incas si perdono nella notte dei tempi, e sono giunte fino a noi attraverso la narrazione indiretta dei conquistadores ispanici, ma soprattutto tramite i reperti archeologici. L’unica forma di scrittura nota sviluppata dagli Incas è quella dei nodi: i cosiddetti “quipus” costituivano una rete di comunicazione che copriva vaste aree, ma vennero bruciati nel 1583 per decreto del primo concilio di Lima, perché considerati intrisi dallo spirito del diavolo. La storia inca a noi nota, risale al massimo all’inizio del tredicesimo secolo: l’impero degli Incas è probabilmente il punto culminante di un incontro-scontro di civiltà ed istituzioni umane diverse.

Notizie importanti e chiarificatrici riguardo alla nascita, allo sviluppo e al decadimento di queste civiltà umane preincaiche, che H. D. Disselhof, importante studioso delle civiltà precolombiane (nonché direttore dei Musei di Monaco e di Berlino), chiamò “Civiltà di Chavin”, ci vengono dalla campagna di scavi condotta tra il 1999 ed il 2000 alle pendici del Cerro Saquir, 2937 metri di altitudine, a pochi chilometri dalla cittadina di Huacabamba. La scoperta dell’archeologo Mario Polia, in collaborazione con il centro studi e ricerche Ligabue di Venezia e Ministero degli esteri, di alcuni resti umani nella zona del cosiddetto “Tempio dei Giaguari”, apre nuovi interrogativi sulle origini degli Incas.

In realtà la prima scoperta archeologica nell’area fu quella, nel 1988, di due giganteschi giaguari scolpiti nella roccia, che probabilmente facevano parte di un altare presso il quale venivano effettuati sacrifici umani, e forse anche l’antropofagia. Avvalendosi soprattutto delle preziose informazioni del curandero Juan Tripul, l’archeologo romano ha riportato alla luce, sulla cima del Cerro Saquir, importanti reperti archeologici e resti umani. La zona di scavo è stata suddivisa in due: nella prima sono state ritrovate urne funerarie in ceramica con frammenti di ossa, mentre nella seconda è stato individuato un lungo corridoio terminante in una tomba a pozzo.

All’interno della tomba è stato ritrovato uno scheletro in posizione fetale, che si può identificare come quello del sacerdote, mentre i resti all’esterno sono stati attribuiti al vecchio accompagnatore e alle fanciulle che venivano quasi certamente usate nei riti.

Tra gli oggetti rinvenuti ci sono svariate conchiglie, e la rappresentazione in lapislazzuli del frutto dell’Ulluchu, droga con un forte potere anticoagulante, associata al sacrificio umano, che non era mai stata ritrovata all’interno di siti archeologici in ambito peruviano.

Il ritrovamento di una grossa mole di conchiglie Spondylus, provenienti dal lontano golfo di Guyaquil, ha suscitato particolare interesse, ed ha fatto ipotizzare che l’area di scavo fosse un complesso collegato al culto dei morti per favorire la pioggia. Il nome “Saquir” è un nome “jivaro” che significa “luogo dove nasce l’acqua”: che si tratti della stessa civiltà di pescatori di qui aveva parlato Disseholf? Ci auguriamo che sia dalle analisi biomolecolari dei resti, sia da nuove scoperte archeologiche possano giungerci nuovi dettagli sull’affascinante popolo del “Cerro Saquir”.

Alice Ughi