Walt Whitman, il poeta del sogno americano

Il 4 luglio, che nel 1776 segnò la nascita degli Stati Uniti D’America, nel 1855 – A Brooklyn (New York) – segnò la nascita del poeta W. Whitman con la pubblicazione della prima edizione del libro di poesie “Leaves of Grass (Foglie d’erba)

Nella prefazione un’involontario epitaffio al sogno americano: “Questo è il canto che io non vi offro completo, ma che vi accenno appena perché, con robusto esercizio, lo facciate vostro. Io non ho fatto il lavoro, né posso farlo. Siete voi a doverlo compiere e a fare del canto che segue quello che esso è. Fra tutte le nazioni comparse in ogni tempo sulla tera, l’americana ha probabilmente la più ricca natura poetica… Qui è qualcosa nelle azioni degli uomini che corrisponde ai vasti moti del giorno e della notte… I poeti americani dovranno assommare in sé così i vecchi poeti e i nuovi, poiché l’America è la razza delle razze

Un poeta coraggioso e immortale che, nel giorno simulacro dell’ americanità, merita di essere ricordato:

Il più piccolo germoglio dimostra che non c’è morte in realtà;

E che se mai ci fosse porterebbe verso la vita, e non l’aspetta alla fine per fermarla

E che è cessata nell’attimo in cui la vita è apparsa.

Tutto progredisce e si espande, niente crolla,

E morire è diverso da quel che ciascuno abbia mai creduto, e più felice.”.

In “Camden 1892” Borges descrive il vecchio Walt Whitman come l’ultimo Dom Quixote, portatore di un sogno, bianco e morente, nella sua modesta abitazione di Camdem, povero per tutta la sua esistenza e distrutto dai tremiti del Parkinson, che nulla nega e niente rimpiange di tutto ciò in cui ha creduto.

“Quasi non sono, ma i miei versi ritmano la vita e il suo splendore. Io fui Walt Whitman