Piccoli Teatri Crescono: “Sono Solamente Animali”

Gironzolando come Cappuccetto Rosso nel sottobosco del Teatro Italiano, mi è capitato di imbattermi in una storia anomala, una di quelle che fermentano in questo momento di crisi nera, soprattutto a livello italiano, per la cultura.

Questa è la storia di uno spettacolo teatrale  “Sono Soltanto Animali” nato con la collaborazione del Teatro Stabile di Torino, che ha investito per finanziare il lavoro di ricerca e creazione, ma che poi ha deciso di non metterlo in scena.

Ma i teatranti sono lupi, vendono cara la pelle, ed è stata trovata una soluzione alternativa, creando uno spazio ad hoc, allestito dallo scenografo, Alberto Favretto, dando così ad un ristretto numero di spettatori (direttori artistici e stampa) la possibilità di assistere alla presentazione del lavoro.

Avendo avuto la fortuna di essere nella schiera di questi ultimi, posso confermare che la scelta del Teatro Stabile di Torino è ingiustificata, essendo questo un lavoro di alto livello tecnico e poetico.

“Sono soltanto animali” mette in discussione concetti tradizionalmente legati alla Shoah quali l’eccezionalità di Auschwitz, il diritto di parlare di cose che non abbiamo vissuto e il rapporto tra obbedienza e responsabilità, per cercare, grazie ad una voce che ci parli con cruda sincerità, di trasformare la memoria storica in un orientamento per l’azione nel presente.

Lo spettacolo è uno schizofrenico intrecciarsi di frammenti di uno specchio rotto, sei personaggi in cerca di una salvezza che danno vita ad una dissonante polifonia per voce sola, che indaga l’uomo di fronte alla responsabilità delle proprie azioni, e mette lo spettatore in rotta di collisione con le proprie convinzioni più granitiche.

Il lavoro nasce dalle testimonianze dei sopravvissuti, dai diari delle vittime, dai documenti dei processi, dalle dichiarazioni dei comandanti, dalle parole di chi non si è mosso dal ruolo di “Spettatore”: voci rielaborate e messe in comunicazione con il nostro presente, fatto di realtà deformate e parziali.

Voci che portano inevitabilmente a rendersi conto della tagliente precisione delle parole di Bauman che affermò che l’Olocausto non è stato altro che ‘un raro, ma tuttavia significativo e affidabile, test delle possibilità occulte insite nella società moderna’.

Quello che abbiamo davanti è un lavoro di qualità, fruibile e nato da talento e dedizione ed è scandaloso che nessun Teatro in Italia, abbia ancora avuto il coraggio di notarlo e metterlo in scena.