Mondiali 2010: Sudamerica, a casa le regine. Chi è causa del suo mal…

Lionel Messi, 23 anni, reduce da un mondiale negativo

In molti già le vedevano in finale, l’una contro l’altra, in uno scontro che dire epico sa di eufemismo. Brasile versus Argentina, brividi a mille. La finale mai vista e mai vissuta, un duello fra autentici titani del Dio Futbol. Ma con un pizzico di delusione, dovremo attendere almeno altri quattro anni. Sudamerica regina del mondiale? Si direbbe di no, a giudicare dalle magre figure confezionate da Seleçao e Albiceleste contro corazzate europee del calibro di Olanda e Germania. Sconfitte brucianti, nette, impietose. Ma fondamentalmente meritate.

Nel pallone, come nella vita, è spesso l’inconsapevole tracotanza a fregarti sul più bello. E proprio quando a Dunga e Maradona la strada per la finale sembrava spianata, è giunta la puntuale e perentoria mazzata. Prima hanno sofferto i verdeoro, a lungo dominatori della supersfida con gli ‘orange’. Il gol di Robinho, i guizzi di un pimpante Kakà e lo strapotere del reparto difensivo hanno illuso amaramente la torçida carioca. Quando la supremazia risulta netta e non si concretizza, è il caso di preoccuparsi. Detto fatto. E’ bastato un minimo calo di tensione, dovuto all’inconscia idea di aver già (stra)vinto, e l’astuta e furba Olanda si è rifatta sotto. Un autogol, un guizzo sotto porta e la follia del singolo (l’irritante Felipe Melo): ricetta perfetta per la polverizzazione di un Brasile incredulo, ma meritevole di farsi da parte. Perseguire la strada del cinismo, ignorando la nobile tradizione del futbol spettacolo, è rispettabile e in parte persino condivisibile. Ma se si è cinici, bisogna sfruttare ogni occasione e legittimare a conti fatti un’evidente superiorità. Gigioneggiare non paga, e ad accorgersene è stata anche l’Argentina. Povero Maradona, inutile bacchettarlo ora per errori tattici commessi anche in precedenza. La formazione sconclusionata proposta nell’arco dell’intero mondiale (4/5 giocatori stabilmente fuori ruolo) ha pagato sino al pomeriggio di gloria teutonica. Lì, è mancata l’umiltà e la determinazione dei fuoriclasse. Con i veri Messi e Tevez la gara avrebbe avuto forse il medesimo vincitore, ma certamente uno sviluppo differente. E invece, Leo e Carlitos hanno vagato sul campo, lenti e fiacchi. Nella convinzione, probabilmente, che contro una ‘Germania qualsiasi’ sarebbe bastato il compitino scolastico. E mentre stampa argentina e brasiliana si irridono e bacchettano a vicenda, inscenando un triste e malinconico teatrino, l’Uruguay di Tabarez resta l’unica portabandiera mondiale del Sudamerica. Segno che l’umiltà, ancora oggi, paga più della presunzione.

Alessio Nardo