Mafia: il pentito Spatuzza tra Di Pietro e Mantovano

L’audizione in commissione Antimafia del sottosegretario al ministero dell’Interno, Alfredo Mantovano, non è piaciuta ad Antonio Di Pietro. Mantovano ha ieri esposto i motivi che hanno condotto la commissione ministeriale sui programmi di protezione – che lui presiede – a negare il programma al pentito Gaspare Spatuzza, ma la sua versione dei fatti non ha convinto l’ex pm.

Nel corso di una conferenza stampa convocata in Senato, alla presenza di Felice Belisario e del capogruppo in commissione Giustizia Luigi Li Gotti, Antonio Di Pietro ha così dato fondo a tutte le sue perplessità, formalizzando la richiesta di destituire Mantovano dalla sua carica alla guida della commissione ministeriale. “Lo accusiamo politicamente – ha detto il leader dell’Idv – di connivenza e complicità politica con quanti hanno interesse a sminuire la credibilità di Gaspare Spatuzza per demolire la tesi secondo cui ci potrebbe essere un legame tra la nascita di Forza Italia e la mafia“.

“Da magistrato e presidente della commissione ministeriale – ha aggiunto Di Pietro – Mantovano conosce bene la materia e quindi quanto deciso su Spatuzza non può essere dovuto a un errore. La competenza di Mantovano in questo caso – ha rincarato l’ex pm – è un’aggravante“.

Nell’analisi fornita da Antonio Di Pietro il “niet” al programma di protezione imposto a Gaspare Spatuzza sarebbe, insomma, da collegare alla volontà di mettere a tacere un testimone scomodo. Non solo: le motivazioni addotte dalla commissione presieduta da Mantovano sarebbero – a suo parere – prive di ogni fondamento.

“La decisione della commissione centrale a proposito di Spatuzza – ha scandito Di Pietro – si basa su due falsi, uno documentale l’altro ideologico. Quello documentale è relativo ai tempi della collaborazione di Spatuzza le cui dichiarazioni – ha aggiunto il leader dell’Idv – sono arrivate nei previsti 180 giorni a partire dal verbale illustrativo, che è il documento giuridico – ha precisato – con il quale secondo la legge inizia il periodo di collaborazione”.

Il falso ideologico riguarderebbe  invece le famose dichiarazioni rese dal pentito sulle parole del boss Graviano al bar Doney di Roma, che chiamavano in causa Silvio Berlusconi e il senatore Marcello Dell’Utri. “Quelle sono dichiarazioni ‘de relato’ – ha spiegato Di Pietro – e la legge le colloca fuori dal limite dei 180 giorni, appartengono – ha concluso – a un’altra disciplina penale”.

Maria Saporito