I medici?… Che parlino come mangiano!

Inglese, Francese, Spagnolo, Portoghese, Tedesco. E il “medichese”. No, nessuno scherzo. In una società globale come la nostra, in cui la conoscenza delle lingue sta diventando un aspetto fondamentale, l’ultima tra le citate è quella che, pur posseduta da pochi, è decisamente la più indispensabile. Ma si tratta di impresa ardua. Se vogliamo capirci qualcosa sulle nostre condizioni di salute siamo costretti a districarci, nella maggior parte dei casi senza riuscita, in un labirinto di tecnicismi anatomici, patologici e sanitari che non fa altro che confonderci ancor di più.

Per fortuna le cose stanno per cambiare. O almeno abbiamo avuto un primo importantissimo segnale. A segnare l’inversione di rotta è l’ospedale di Padova, la cui dirigenza ha approvato un provvedimento che finalmente mette nero su bianco la necessità, nella fase informativa, di incontrare le esigenze del paziente. Il documento, redatto in via ufficiale, parla chiaro: «Il processo informativo deve essere modulato sulla richiesta di sapere del paziente, prevedendo tempi e luoghi adeguati, modalità di linguaggio appropriato, gradualità delle notizie, nonché tenendo conto delle persone che il paziente intende rendere partecipi».

Il medico avrà quindi il dovere di filtrare le comunicazioni di carattere sanitario, destinate al paziente, in modo chiaro e semplice, premurandosi che il paziente abbia compreso la sua situazione clinica. Tutto questo per porre una necessaria e più chiara regolamentazione nel delicato ambito del consenso informato. «Il consenso all’atto sanitario  – spiega Anna Maria Saieva, dirigente medico della direzione – rappresenta infatti l’espressione conclusiva di un importante momento comunicativo, essenziale per consentire di stabilire quell’ alleanza terapeutica fondamentale per affrontare in modo corretto l’attività clinica».

I vertici dell’azienda ospedaliera stanno operando affinché il nuovo modello di lavoro messo a punto sia uniformemente applicato in tutti i reparti. Dopo anni di totale mancanza di comunicazione tra curati e curanti, ora il malato, e non  più la malattia, diviene il fulcro dell’atto terapeutico. Ponendo le basi per un’alleanza, quella cioè tra medico e paziente, che dopo essere stata teorizzata per anni ora fa il suo concreto ingresso nei nosocomi.

Katiuscia Provenzani