Riaperte le indagini sulle antichità acquisite illegalmente da musei americani

La storia che vi stiamo per raccontare, inizia a venire a galla nel 2005, quando Marion True, la allora curatrice del reparto antichità del “Paul Getty Museum” di Los Angeles viene accusata, ed in seguito condannata, per i reati di associazione criminale e ricettazione nella compravendita di opere d’arte antiche. La donna operava contando sull’appoggio di Giacomo Medici, un trafficante a cui le autorità svizzere hanno sequestrato nel ’95 nel porto franco di Ginevra un deposito di opere rubate, reato per il quale  è poi stato condannato in Italia a dieci anni di reclusione. Dopo questa vicenda è emersa una vera e propria rete di commercio illegale di opere d’arte antiche da parte di importanti musei statunitensi, per i quali il governo italiano ha richiesto a suo tempo la restituzione in cambio della concessione in prestito di altri reperti.

Nel 2007 circa 40 reperti provenienti dal Paul Getty Museum dovevano rientrare in Italia, dove erano erano stati scavati illegalmente dai tombaroli negli anni 70 e altrettanto illegalmente portati all’estero attraverso la fitta rete del commercio clandestino di opere d’arte. Fra questi citiamo il cosiddetto “Vaso di Eufronio”, vista la sua storia emblematica di reperto rubato: si tratta di un cratere attico in ceramica facente parte , fino al 2006, della collezione del Metropolitan Museum di New York, dopo essere stato trafugato nel 1971 da una tomba di Greppe Sant’Angelo a Cerveteri, ed essere stato acquistato subito dopo dal mercante d’arte svizzero Robert Hecht, che a sua volta lo aveva ottenuto da Giacomo Medici, mercante d’arte italiano.

L’Italia non è l’unica meta dei commercianti d’arte senza scrupoli, ma si trova accumunata nella battaglia per la restituzione di beni archeologici illegalmente acquisiti con paesi come la Grecia e l’Egitto, paese che ha ottenuto una parziale vittoria legale con una sentenza di condanna nel 2003 emessa a carico di Frederick Schultz, un commerciante d’arte statunitense, riconoscendolo colpevole di aver acquistato antichità egiziane pur sapendole rubate. L’Italia dopo la condanna della True, ha cercato di stipulare accordi che permettessero il rientro in Italia di tutti i beni trafugati e conservati all’estero: in cambio dei beni restituiti, l’impegno a condividere, prestare e valorizzare opere di uguale rilevanza storico artistica, accompagnate dai loro contesti di scavo.

Una nuova indagine della procura di Roma nel marzo 2010, vede sotto inchiesta il curatore della sezione antichità del Princeton Museum, il cinquantaseienne J. Michael Padgett. Al centro dell’inchiesta ci sarebbe anche l’ex antiquario Edoardo Almagià che avrebbe venduto illegalmente almeno una ventina di opere non solo al museo della storica università americana, ma anche a quelli di Boston, Cleveland, Dallas, San Antonio, Tampa e Indiana. Si tratterebbe di una ventina di opere d’arte e gruppi di opere “venduti, donati, o prestati” da Almagià al museo di Princeton attraverso Padgett, alla fine degli anni ’90, tra i quali figurano tra gli altri alcuni frammenti di un cratere attribuito a Eufronio e un gruppo di elementi architettonici in terracotta etruschi.

Ancora quindi sulla faccenda regna una grossa confusione, ma essendo l’inchiesta al livello di indagine preliminare, ci si augura che ben presto ci giungano nuove informazioni sulla esatta ubicazione e storia, di reperti archeologici che per noi rappresentano non solo degli oggetti artistici, ma anche e soprattutto testimonianze importantissime della nostra civiltà.

Alice Ughi

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