Società segreta: Martone appende la toga al chiodo

L’inchiesta avviata dalla procura capitolina sulla sospetta società segreta impegnata a condizionare le scelte di magistrati e politici ha mietuto la prima vittima. Si tratta del giudice Antonio Martone, classe 1941, che ha deciso di abbandonare la magistratura dopo le accuse formulate contro di lui circa la sua presunta appartenenza alla nuova loggia massonica.

Più precisamente, Martone – ex avvocato generale in Cassazione e da qualche mese presidente di una Commissione, istituita dal ministro Renato Brunetta, per la valutazione, la trasparenza e l’integrità delle amministrazioni pubbliche – avrebbe partecipato lo scorso 23 settembre a una cena in casa di Denis Verdini nel corso della quale i convitati avrebbero parlato della possibilità di esercitare delle pressioni sui giudici della Consulta che di lì a poco avrebbero dovuto esprimersi sul lodo Alfano.

Presenti al banchetto serale anche Marcello Dell’Utri, il sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo, il capo degli ispettori del ministero della Giustizia Arcibaldo Miller, il primo presidente della Cassazione Vincenzo Carbone, e Raffaele Lombardi, Flavio Carboni e Arcangelo Martino (questi ultimi tre già in stato di fermo). Le intercettazioni a disposizione degli inquirenti confermerebbero il coinvolgimento di Antonio Martone, il quale avrebbe per questo scelto di abbandonare anzitempo la magistratura, anticipando i termini del suo pensionamento previsto tra altri 6 anni.

La notizia dell’appartenenza di Martone alla presunta società segreta messa in piedi da Flavio Carboni ha provocato la furiosa reazione del vertice dell’Anm (Associazione nazionale): “Il tema della questione morale – hanno tuonato il presidente Luca Palamara e il segretario Giuseppe Cascini non ammette indugi e tentennamenti. Non vogliamo magistrati contigui al potente di turno e vicini ai comitati d’affari. Il clima di inquinamento e di condizionamento che emerge dagli atti è allarmante. Chiediamo alle istituzioni competenti – hanno insistito – di intervenire con prontezza e rigore”.

E nelle ore più difficili per il magistrato Martone, anche Livio Pepino, membro del Consiglio superiore della magistratura, ha ricordato alcuni particolari sospetti e il suo tentativo di porre rimedio ai possibili “guasti” determinati da scelte opinabili. “In diverse procedure di nomine di magistrati – ha iniziato – ci furono avvisaglie di opacità e pressioni e io fui tra quelli che lo segnalarono. Mi riferisco alla nomina di Antonio Martone ad avvocato generale della Cassazione: ricordo che in plenum – ha continuato Pepino – parlai di suoi rapporti con centri di potere che rendevano inopportuno affidargli un incarico così delicato”.

Dal canto suo, Antonio Martone ha tentato di abbozzare una pallida autodifesa, sminuendo la portata della riunione in casa Verdini. “A margine dell’incontro – ha riferito – dato che l’argomento era di grande attualità, si parlò anche del possibile esito del giudizio della Corte costituzionale sul lodo Alfano. Ricordo che, prima di andare via, manifestai l’opinione che probabilmente la Corte ne avrebbe dichiarato l’incostituzionalità, ma non ho mai fatto pressioni – ha concluso Martone – sui  giudici della Consulta”.

Maria Saporito