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Flavio Carboni: un faccendiere al posto sbagliato, in qualsiasi momento

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In una società gerontocratica come quella italiana, dove il termine casta è al centro di qualsiasi analisi sociale nonostante gli induisti siano poco più di centodiecimila, non ci sarebbe tanto da stupirsi se si venisse a sapere che qualcuno fosse riuscito a vincere la battaglia contro lo scorrere del tempo, affermando la propria presenza in barba all’anagrafe.

Tra l’altro coloro i quali rientrano nella categoria appena citata non sono pochi: per trovarli basta dare un’occhiata distratta alle pagine dei giornali, alle tribune televisive o entrare dentro qualsiasi ente pubblico.

Guccini cantava delle «sempiterne belle in gara sui calendari» e fino a poche settimane fa nei bar si è discusso sulla scelta del commissario tecnico della nazionale di calcio di dare fiducia a giocatori ritenuti dai più oramai vecchi.

Eppure ci sono nomi che non passano inosservati, personaggi capaci di attrarre l’attenzione all’interno di quel museo delle cere che è l’establishment italiano. Uno di questi è Flavio Carboni.

Classe 1932, la parola a cui più spesso è stato affiancato il suo nome è quella di faccendiere, termine che il Sabatini – Coletti definisce come «chi si dà da fare in traffici spesso poco chiari; procacciatore d’affari, mediatore senza scrupoli».

Provare a redigere una biografia, anche a grandi linee, di Flavio Carboni è un’esperienza che rischia di risultare frustrante, non fosse altro che da trent’anni a questa parte il caso – il caso? – ha voluto che dove sia comparso l’immobiliarista sardo si siano verificate vicende ambigue, il più delle volte ancora oggi prive di chiarezza.

Sulla possibile invertibilità di questa funzione, poi, ci sarebbe da riflettere.

Carboni è uno degli arrestati su ordine della magistratura romana con l’accusa di aver costituito un’associazione a delinquere che avrebbe interferito con ambienti politici, giudiziari e amministrativi. Ovvero quella che alcuni quotidiani hanno ribattezzato P3, alludendo a una sorta di sequel della loggia massonica denominata Propaganda Due, scoperta nei primi anni ’80, che aveva come intento quello di sovvertire la struttura dello Stato nel suo assetto politico, sociale, economico e culturale.

Ma questa qui è solo l’ultima vicenda a tinte fosche che vede coinvolto il faccendiere di Sassari.

A partire dall’estate del 1982, quando venne arrestato per la prima volta in Svizzera, Carboni ha visitato innumerevoli volte le aule dei tribunali, riuscendo quasi sempre ad uscirne assolto eccetto la volta in cui è stato condannato definitivamente a 8 anni e 6 mesi per la vicenda del fallimento del Banco Ambrosiano. Ma anche in quell’occasione grazie a due amnistie e alla detrazione della carcerazione preventiva riuscì a evitare l’esecuzione della pena.

Carboni è stato chiamato in causa nelle vicende riguardanti l’omicidio di Roberto Calvi, di Roberto Rosone, vice di Calvi al Banco Ambrosiano, un’inchiesta di falso e truffa ai danni del Banco di Napoli, il fallimento della testata Tuttoquotidiano.

Inoltre dalle varie indagini che si sono seguite nel corso degli anni si è evidenziato come il faccendiere abbia intrattenuto rapporti con esponenti della banda della Magliana e della mafia.

Le trame del destino hanno voluto che il suo nome fosse associato anche ai misteri riguardanti il sequestro Moro e quelli inerenti la scomparsa di Emanuela Orlandi.

Stephen King nel 1978 – le coincidenze del destino sembrano coinvolgere anche questo articolo, visto che il ’78 è l’anno in cui venne ucciso Aldo Moro –  scriveva la raccolta di racconti A volte ritornano. In questo caso, però, sarebbe meglio dire: spesso non se ne vogliono andare.

Simone Olivelli