Espulsioni: tre giorni sul tetto del Cie per protesta

Ben Asri Sabri, un uomo di origine tunisina di 32 anni, lunedì scorso, verso le 12, è salito sul tetto del Cie di Torino, il centro di prima accoglienza per immigrati, e da allora è rimasto lì, scendendo ogni tanto, a sua discrezione. Il motivo del gesto, che tra l’altro potrebbe mettere seriamente a rischio la sua salute, soprattutto calcolando le temperature roventi di questi giorni, è la protesta contro la prevista espulsione dall’Italia, a mezzanotte di oggi infatti scadrà il periodo previsto per la sua permanenza in Italia.

In realtà, l’uomo è in Italia da sette anni, i suoi problemi sono però iniziati una volta fatto ritorno Tunisia. Al rientro in Italia, la barca è stata fermata nei dintorni di Lampedusa. Sabri è poi stato portato prima a Crotone e poi a Torino, dove si trova attualmente.

Sono momenti di tensione; la polizia è per ora impossibilitata ad intervenire se non usando le cosiddette maniere forti, in quanto una ventina di immigrati si sono disposti a barriera dell’uomo sul tetto, impedendo alle forze dell’ordine di entrare e farlo scendere, o perlomeno provare a convincerlo.

Se Ben riuscirà ad arrivare fino a stanotte, senza farsi “prendere”,  le autorità saranno costrette a rimetterlo in libertà,  anche se gli verrà notificato un foglio di via. Il Viminale ha recentemente un accordo con Tunisi, che ha sancito il rimpatrio dei clandestini. Ciò ha fatto scoppiare diverse rivolte, in quanto è chiaro che, il ritorno in patria  da parte dei colpiti dal provvedimento significherebbe la perdita del lavoro e del sostentamento. A difendere il tunisino anche diversi anarchici.

La polizia comunque pare abbia in progetto di entrare e tirarlo giù entro la scadenza del termine di mezzanotte. Sabri sta diventando una sorta di simbolo delle proteste dei clandestini. La questione è complessa, in quanto “darla vinta” a questi ultimi potrebbe provocare una sorta di reazione a catena, creando un precedente nel quale molti potrebbero sentirsi legittimati a protestare pur essendo entrati in Italia illegalmente; istituzionalmente e  adir la verità anche moralmente è una battaglia che dev’essere  combattuta Dall’altra parte però, c’è un’altra questione morale che nasce da un mondo, a volte sommerso, a volte no, fatto di persone (quelle oneste) che lavorano in condizioni troppo spesso disagiate, e che in quelle condizioni mantengono la propria famiglia nel paese di origine, o anche in Italia. Prima che clandestini, che pur vanno ovviamente controllati, gestendo il fenomeno che li riguarda in tutte le sue sfaccettature, essi sono persone. Inoltre, togliere  loro la possibilità di lavorare, espellendoli dall’Italia, potrebbe significare anche togliere il pane di bocca ai loro figli, che nulla c’entrano con la loro condizione di clandestinità.

A.S.