L’editore di Calabria Ora sbatte fuori i giornalisti che parlano di politica e ‘ndrangheta.

Guai a toccare le alte sfere. Guai a parlare, guai a dire la verità, guai a cercare di vedere oltre la bella facciata che si ostina a riedificare ogni giorno la casta di burocrati-politici-imprenditori-criminali del nostro paese. Gli italiani, con la loro proverbiale omertà endemica, quasi la allevano in coltura, questa casta, il cui nutrimento è per l’appunto il silenzio. E quindi guai a chi vuole rompere questo silenzio.
Se ne sono accorti gli 8 giornalisti finiti per strada assieme al loro direttore, colpevoli del più grave delitto in quest’Italia moribonda: parlavano. Parlavano dei rapporti fra poteri “puliti” e poteri “sporchi” e facevano vedere che, ormai, tutta questa differenza non c’è.  Inspiegabilmente però il direttore di “Calabria Ora”  ha dato le dimissioni (e la redazione con lui) ma parla chiaramente del fatto che la sua testa è rotolata perchè sono state fatte pressioni. Lui e i suoi erano troppo impegnati a descrivere con numerose inchieste quella zona grigia dove politica e ‘ndrangheta si toccano pericolosamente?  La scelta di queste “dimissioni” arriva dopo le inchieste di questo ultimo mese. Calabria Ora parlava da giorni di alcune piaghe purulente, in particolare di incontri dell’attuale governatore della Calabria Giuseppe Scopelliti con i boss delle cosche. E così forse la scelta di pubblicare queste notizie è costata la sedia al direttore Paolo Pollichieni. Con lui hanno lasciato Pietro Comito e Agostino Pantano, cronisti già oggetti di minacce da parte delle cosche, e ancora il caporedattore centrale Barbara Talarico, i vice caporedattori Francesco Graziadio e Stefano Vetere, il caposervizio di Cosenza Pablo Petrasso, quello della Cultura Eugenio Furia e il responsabile delle Cronache politiche Antonio Ricchio. Tutti si sono dimessi per solidarietà con il direttore, per urlare il loro personale “NO!” in questo deserto silenzioso che sta diventando il nostro paese.
Potrebbe sembrare ancor più strana questa scelta proprio perchè nei giorni scorsi il quotidiano è arrivato a vendere 15.000 copie. «La cosa incredibile – ha commentato l’ex direttore – è la fretta con cui si è sviluppata questa rottura. Da settimane ormai seguivamo questo filone senza ricevere nessun tipo di avvertimento, né smentite, né minacce di querele. Il motivo è scritto nero su bianco nel mio editoriale”
“Sapevamo – c’è scritto appunto in quell’editoriale – che il potere avrebbe esercitato tutte le pressioni possibili per chiedere la testa del direttore di questo giornale, per normalizzare, per avere un giornale meno impiccione che anche quando parla di mafia non lo fa riempiendo le pagine della mafia folk, quella di Osso, Matrosso e Carcagnosso”. Ma non basta che il direttore si sia dimesso (licenziato però sarebbe più consono): è proprio il suo editoriale che non poteva mai diventare oggetto dell’attenzione intellettuale dei calabri. Infatti pochissimi hanno potuto leggerlo, poiché in edicola non ci è mai arrivato! Qualche copia a Cosenza e Reggio, il resto si è perso. Guasti alle rotative hanno dichiarato gli editori. Dopo il “licenziamento” hanno anche avuto il coraggio di prendere in mano la redazione e firmare il nuovo numero che propina ai lettori una bella “slinguazzata” (termine meridionale per indicare “adulazione spinta”, ndr.) al governatore della Calabria Scopelliti, che nell’articolo figura come quello che ha portato altri fondi europei in Calabria, ma dell’inchiesta sulle sue frequentazioni coi boss De Stefano nessuno, in questa nuova redazione, nessuno se ne è accorto.
Non c’è bisogno solo di buone leggi costruite ad hoc, per limitare la libertà di stampa, ci vuole anche questo: stabilire chi deve scrivere e chi no. Solidarietà alla redazione, ed un augurio che possano presto trovare un editore onesto o almeno coraggioso.
Luigi Pignalosa