Wikileaks: What’s bavaglio? Noi non temiamo nessuno

Roma, 29 luglio. Wikileaks, come ricordiamo, dal momento che se ne parla oggi in modo particolare, è un sito web che si propone di pubblicare documenti di interesse politico comune riguardo l’operato e le finalità dei governi. Si tratta qui di quei documenti, però, che non trovano spazio nell’informazione ufficiali per motivi legati, in generale, sia alla difficoltà di accedere a certe documentazioni non ufficializzate dai governi, sia all’impossibilità di diffondere tali notizie quando alcune leggi in vigore lo proibiscono drasticamente (le così chiamate leggi bavaglio, qui aggirate con destrezza quasi comica, se non fosse drammatico il fatto che ce ne sia bisogno).

Un sito, insomma, ai limiti del contrabbando di informazione, reato che per autori anonimi non è contemplato dalle moderne Costituzioni. Già il nome che i fondatori, per lo più di identità celata come il resto dello staff, hanno voluto dare al loro progetto, è indicativo quanto ambizioso: Wiki è ormai per i “naviganti” sinonimo di sapere enciclopedico, o comunque tentativo di raccolta dati in via di sviluppo, con contributi volontari illimitati e continui; leak, in un certo gergo inglese, sta a significare una “fuga di notizie”.

Come la “cugina benvista” Wikipedia, anche Wikileaks si sviluppa grazie al contributo di chiunque sia disposto a mettere il proprio lavoro volontario a disposizione dell’informazione pubblica in rete. E che informazione, in questo caso. Chiunque ne venga in possesso può inviare materiale riservato, in qualunque modo lo abbia ottenuto. I dati vengono in ogni caso ricevuti in forma irrintracciabile. Ovviamente, finché nessuno riuscirà a mettere le mani sull’intero sistema. Questa possibilità appare però piuttosto remota, dal momento che farlo ufficialmente comporterebbe da parte di qualsiasi governo una autodenuncia pubblica, mentre farlo in via “segreta” lo esporrebbe a rischio di un’altra “fuga di notizie”, e stavolta letale.

Questi ragazzacci, insomma, di Wikileaks, che proprio in queste ore la stanno combinando grossa in Italia, diffondendo materiali riguardanti dei presunti accordi segreti che l’ex Premier Romano Prodi avrebbe contratto riguardo l’invio di truppe italiane in Afghanistan più ingenti del previsto, sembrano proprio non volersi dare un ritegno, a dispetto di tutti i problemi affrontati ogni giorno dai canali ufficiali dell’informazione. Agli occhi di giornalisti sfiancati dall’oggi, tutto questo appare come “ingiustizia” non da poco, ma sollievo non indifferente per gli occhi (oppure, usando il termine ora così di moda nel pianeta degli intellettualoidi di varia origine, piacere per lo sguardo nella formazione della propria Weltanschauung, semplice parola tedesca per “osservazione del mondo intorno”).

Materiale classificato, schedato, documentato e comprovato, insomma, quello del famigerato sito. Così, come se fosse del tutto normale. Davvero, a conti fatti, oggi la trasparenza dei governi internazionali deve essere garantita da un “sovversivo” (che sarebbe più normale considerare normale) sito anonimo con raccolta fonti dall’anonima provenienza? L’unica cosa certa, è che a quanto pare  sarebbe difficilissimo rispondere di no.

(Foto: Julian Assange, fondatore australiano di Wikileaks)

Sandra Korshenrich