Quello strano regalo di Berlusconi al clan di Provenzano

ULTIMO AGGIORNAMENTO 23:58

Era il 2001 e nella tarda serata di un mercoledì di inizio maggio, in Italia, Berlusconi era pronto a scendere per la seconda volta in campo, passando prima per il salotto di Vespa che per l’occasione si fece trovare ingessato in una sorta di perpetuo inchino.

Dietro ad una scrivania di ciliegio, l’allora leader dell’opposizione si impegnò con gli italiani firmando un contratto in cui prometteva che non si sarebbe più ricandidato, qualora non fosse riuscito a mantenere almeno quattro dei cinque impegni sottoscritti.

Considerato chi governa oggi l’Italia, qualcuno non ha saputo fare di conto. Nemmeno fino a cinque.

Quella sera, mentre Vespa, comunque prono, si stupefaceva per quanto fosse “complicata quella B” nella firma del contraente, Berlusconi si dichiarava certo della vittoria elettorale perché “scritta nella storia e nel destino”.

A distanza di nove anni, potremmo scoprire che l’Altissimo si interessò allora del Bassissimo – un  po’ meno di Brunetta, certo – scegliendo come pergamena per tracciarne il futuro non il firmamento, non un papiro di rara antichità, ma un miserevole pizzino. Uno di quelli che i boss di Cosa Nostra adoperano per comunicare senza rischiare di essere intercettati in alcun modo.

O almeno questo potrebbe essere uno dei risvolti che potrebbero emergere dalle indagini dei magistrati di Palermo, Nino Di Matteo, Paolo Guido e Antonio Ingroia, come riportato da un articolo del Corriere della Sera a firma di Felice Cavallaro.

Secondo il giornalista del quotidiano di via Solferino, negli ultimi giorni Massimo Ciancimino avrebbe recapitato agli inquirenti un pizzino redatto dal padre Vito indirizzato nientedimeno che a Bernando Provenzano, allora capo indiscusso della mafia siciliana.

Nel messaggio Don Vito farebbe riferimento a cento milioni di vecchie lire devolute da Berlusconi, di cui settantacinque da girare a Benedetto Spera, braccio destro di Provenzano e appartenente alla famiglia di Belmonte Mezzagno, e i restanti venticinque al proprio rampollo, appunto Massimo Ciancimino.

Il gentile regalo sarebbe stato fatto pervenire in Sicilia in concomitanza con le elezioni politiche a cui susseguirono quelle regionali che video la vittoria di Totò Cuffaro.

Quell’anno la coalizione guidata da Berlusconi riuscì nell’impresa di fare un vero e proprio en plein riuscendo a conquistare tutti i sessantuno seggi in palio. Una vittoria incredibile che, nonostante fosse stata ottenuta in un territorio che da sempre è una roccaforte del centrodestra, lasciò perplessi in molti.

Le parole di Massimo Ciancimino, confermate anche dalla madre Epifania Scardino, acquisiscono ancora maggiore peso dopo la sua iscrizione nel registro degli indagati con l’accusa di favoreggiamento, riciclaggio o addirittura per concorso esterno in associazione mafiosa in relazione proprio a questa confessione.

Tuttavia non è la prima volta che il nome del Presidente del Consiglio viene associato agli affari poco puliti della famiglia Ciancimino: già nel 1974, Vito Ciancimino investì del denaro nelle opere edilizie di Berlusconi grazie anche all’utilizzo di due prestanome, rivelatisi poi entrambi malavitosi.

Cos’altro ancora sarà scritto nel destino dell’uomo di Arcore?

Nella foto: una riproduzione immaginaria di una ipotetica missiva di ringraziamento da parte di Bernardo Provenzano a Silvio Berlusconi.

Simone Olivelli

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