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La politica nel pallone

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Il 26 gennaio 1994 a Macherio, vicino Monza, c’era la nebbia. Tutto sommato niente di eccezionale per un comune nel bel mezzo della Brianza in pieno inverno. Quel gennaio la nebbia fu registrata dalla stazione meteo di Milano Linate per ben diciannove volte.

La sera di quel mercoledì sulle tv degli italiani comparve un video, precedentemente registrato, con cui il presidente del A.C Milan, Silvio Berlusconi, dichiarava di voler scender in campo per creare un nuovo miracolo italiano.

Berlusconi quella sera non parlò di calcio, ma di politica e della volontà di mettersi in gioco in prima persona, candidandosi con un proprio partito alle elezioni che avrebbero avuto luogo da lì a qualche mese. Erano i giorni precedenti a quelli della merla.

Il Milan, nel frattempo, veniva dalla vittoria casalinga sul Piacenza, ottenuta per due a zero. Reti nella ripresa di Massaro e Papin.

Nel post partita Berlusconi, raggiante, commentava: «E’ stata una bella partita anche se ci ha tenuto con il fiato sospeso fino alla metà del secondo tempo. E se gli arbitri non concedono rigori, pazienza. Ci sono state un paio di azioni che hanno fatto gridare tutti al rigore. Siamo in testa e nessuno può proprio dire che siamo stati aiutati dalla corporazione arbitrale, la stessa che ci ha attaccato la passata stagione per episodi ripresi dalle nostre tv».

All’epoca i problemi erano le giacchette nere, poi si passò alle toghe rosse. Un inconscio omaggio al romanzo di Stendhal o ai colori sociali della propria squadra del cuore?

Il day after la discesa in campo berlusconiana, l’astrologa Luisa De Giuli, divenuta famosa per aver previsto non proprio un evento armonioso, ovvero la Guerra del Golfo, dichiarò: «Il Sole ieri era in ottimo assetto con il Sole natale di Berlusconi». Ma per l’astrologa, secondo la quale non sarebbero mancate difficoltà ed ostacoli nel percorso politico di Berlusconi, il futuro del neo candidato sarebbe dipeso «da un accordo sotterraneo già siglato, che desterà sorpresa. Il desiderio di cambiare gli equilibri tradizionali si avvererà».

Sedici anni dopo, con le cronache giudiziarie a parlare di trattative stato-mafia che potrebbero interessare anche la figura di Berlusconi, di pizzini che lo collegherebbero al boss Bernardo Provenzano, di accordi non meglio chiariti tra i poteri forti, rileggere la previsione della De Giuli stuzzicherà sicuramente le fantasie delle malelingue.

Da quel 26 gennaio, il Milan ha vinto tredici trofei e Berlusconi ha presieduto tre governi.

L’uomo di Arcore non è più conosciuto nel mondo come il presidente di una squadra di calcio vincente, ma come il Presidente del Consiglio dei ministri dello Stato italiano.

Ma in fondo, che differenza fa?

Nell’Italia mangiapallone, cantata in parte da Gaber nella sua Io non mi sento italiano, capace di unirsi solo al momento dei mondiali, dove una vittoria calcistica può colorare le disgrazie del quotidiano, la politica si è avvicinata sempre più al calcio fino a confondersi del tutto in esso.

Ascoltare le dichiarazioni dei parlamentari è come assistere agli accesi siparietti televisivi della domenica sera pallonara.

E del calcio italiano, la politica nostrana ha preso i vizi peggiori.

Abbandonata ogni pretesa di riflessione oggettiva sui fatti, che sia un rigore non dato o un decreto legge a rischio di incostituzionalità, ci si lascia andare alle dichiarazioni di circostanza in cui si dice tutto e niente, sempre tenendo a mente una cosa: tirare dritto per la propria strada, senza se e senza ma.

Contano le opinioni, non i fatti. E male che vada, qualora le prime dovessero contraddire i secondi, con un po’ di pazienza e impegno si può riuscire a cambiare questi ultimi. O al limite, relativizzarli. Insomma, da buoni italiani, un modo lo si trova.

Per Orwell era il frutto dell’operato del ministero della Verità, per gli italiani il normale andamento delle discussioni politiche.

In questi giorni si discute del futuro incerto della maggioranza di governo, costretta a fare i conti – nel senso letterale del termine – nell’intento di capire se estistano i numeri per poter andare avanti o meno. Qualora Berlusconi dovesse ufficializzare la crisi, c’è chi ipotizza l’istituzione di un governo tecnico transitorio fino alle prossime elezioni, con l’obiettivo di realizzare le riforme, specialmente quella elettorale, che il Paese necessiterebbe prima di ripresentarsi alle urne.

Sorvolando, per una volta, sulle questioni di concetto e quindi sull’utilità o meno di una scelta politica del genere, ci limitiamo ad osservare le esternazioni dei nostri rappresentanti, nello specifico quelli appartenenti alla maggioranza che, per ovvi motivi, sono contrari a qualsivoglia forma di governo tecnico.

Ed è così che troviamo il deputato Maurizio Bianconi che di recente ha detto «se il presidente Napolitano forma un governo tecnico tradisce se stesso e la Costituzione» oppure il più illustre ministro di Grazia e Giustizia, Angiolino Alfano, che serafico sottolinea come «qualunque ipotesi che chi ha vinto le elezioni faccia opposizione e chi ha perso stia al governo è un’interpretazione che viola l’articolo 1 della Costituzione».

Il ministro degli Interni, Roberto Maroni chiude ogni possibilità a governi tecnici dicendo che «se la maggioranza viene meno, non c’è altro rimedio che le elezioni». Ipse dixit.

Alla sagra del Dico quel che mi va tanto nessuno se ne accorge non poteva mancare anche la premiata ditta Cicchitto&Gasparri che qualche giorno fa in un comunicato congiunto – nel senso che tutti e due hanno pensato la stessa cosa e non che c’è voluto l’impegno di entrambi per poter partorire una dichiarazione – riferiva agli italiani che «ipotizzare governi tecnici o di transizione senza consenso elettorale sarebbe vista come una manovra di palazzo lontana dal mandato del popolo».

Insomma a sentir loro tutto sembrerebbe lapalissianamente chiaro come quando l’ex allenatore della Sampdoria, Vujadin Boskov, smorzava tutte le polemiche con il suo famoso: rigore è quando arbitro fischia.

Ma in Italia da un bel po’ di tempo i fischietti vanno a ruba e, con essi, anche il gesso, cosicché basta un niente per trovarsi davanti ad un frastuono di fischi con i furbetti del momento pronti a cancellare la linea dell’area di rigore, per restringerla o allargarla di quel tanto che basta. A proprio uso e consumo.

E sono da intendersi proprio così le dichiarazioni appena citate dei politicanti nostrani visto che la Costituzione italiana, che dovrebbe essere, non se ne dispiacciano i signori, l’unico arbitro ufficiale, riconosce al Presidente della Repubblica il potere di sciogliere le Camere se il Parlamento non è in grado di esprimere una maggioranza, così come è in suo potere nominare il nuovo presidente del Consiglio e su sua proposta i ministri rinviando il governo alle Camere per ottenerne la fiducia.

Quindi il governo tecnico è possibile. Senza se e senza ma.

Per il resto, i nostri politici possono continuare a discutere quanto vogliono degli arbitri che ce l’hanno con la loro squadra del cuore, di fuorigioco non visti anche se non c’erano comunque, di furti e sconfitte immeritate anche se non si è fatto un tiro in porta.

Ma per fare questo, carissimi onorevoli, sarebbe consigliabile aspettare almeno la prossima domenica.

Quel giorno, il Milan aprirà il proprio campionato ospitando il Lecce.

Nella foto: un fotogramma del famoso videomessaggio con cui Berlusconi dichiarò la sua discesa in campo.

Simone Olivelli

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