“Fiori e non pietre!”, Aki-Adnkronos International lancia appello per salvare Sakineh

Roma (2 settembre 2010) – Il mondo intero si sta stringendo nelle ultime ore attorno a Sakineh, la donna iraniana condannata nel suo paese alla lapidazione per adulterio.

L’appello per la sua salvezza lanciato nei giorni scorsi dai figli della donna ha commosso a tal punto l’opinione pubblica internazionale che anche il colosso dell’informazione Aki-Adnkronos International ha voluto lanciare una mobilitazione per fermare l’esecuzione della giovane mamma condannata a morte. E lo ha fatto chiedendo e ricevendo il sostegno di innumerevoli intellettuali arabe e iraniane.

L’iniziativa, simbolicamente denominata ‘Fiori e non pietre!’ invita a lasciare un fiore davanti alle ambasciate iraniane di tutto il mondo mondo. La mobilitazione, ispirata da diverse intellettuali dal Libano allo stesso Iran, passando per il Marocco e l’Egitto, sta ricevendo moltissime adesioni.

Joumana Haddad, poetessa e giornalista della sezione culturale del quotidiano libanese ‘An Nahar’, è stata la prima ad aderire.  ‘Basta’ è il suo laconico commento ad espressione dello sdegno per la lapidazione di Sakineh.

Anche Sahar Tawfiq, autrice egiziana di racconti e romanzi, aderisce all’iniziativa di AKI e parla della lapidazione delle donne come di “una realtà terribile, a cui bisognerebbe porre fine”. “Tante donne vengono condannate o sono già state uccise in un modo così crudele”, osserva la scrittrice.

Per Karima Moual, giornalista marocchina del ‘Sole 24 Ore’, la condanna di donne alla lapidazione è una “realtà che non si può tollerare”. “In realtà sono molte le donne che si trovano nella situazione della Sakineh in quei Paesi dove ancora oggi si ricorre alla lapidazione – commenta la Moual – Non si può tollerare che ci sia ancora nella nostra epoca questa realtà, che donne vengano uccise barbaramente in modi del tutto primitivi e sono moltissime le donne che purtroppo si trovano a subire discriminazioni sessuali anche in altri ambiti”. Quello di Sakineh, per la giornalista marocchina, “è il caso più eclatante perché ci colpisce di più il modo brutale con cui viene uccisa una donna lapidata, perché sappiamo che la lapidazione è molto dolorosa e la morte arriva molto lentamente”. “Io spero che, essendo questo caso di importanza internazionale, si ponga fine a queste pratiche”, conclude, invitando a non dimenticare che “ci sono generazioni di donne che subiscono ancora tradizioni misogine e patriarcali che non hanno nulla a che vedere con la religione, ma sono legate a una malattia di tipo sociale che affligge le società islamiche”.

Manda Zand Ervin è una scrittrice iraniana, attivista per i diritti umani. Anche lei aderisce all’iniziativa di Aki, perchè la condanna alla lapidazione di Sakineh Mohammadi Ashtiani “è un atto barbaro”. “Le donne iraniane – afferma la Zand Ervin – sono da 120 anni in lotta con il clero islamico per ottenere dignità. Nella Repubblica Islamica – aggiunge – le donne non sono considerate essere umani”. Conclude pertanto la Zand Ervin: “Il rispetto dei diritti umani è una questione globale che interessa tutti. Per questo motivo, ora è più che mai importante che le donne occidentali sostengano le donne iraniane in difficoltà”.

Ad aderire, tra le altre, anche la scrittrice ed ex ministro degli Affari femminili del governo di Teheran, Mahnaz Afkhami, la quale chiede “che il governo iraniano fermi le persecuzioni contro le donne e abolisca la pratica selvaggia della lapidazione”. C’è poi Layla Joude, giornalista di origine siriana, la quale dichiara che “è giusto che noi intellettuali portiamo avanti queste battaglie”. E ancora aderiscono alla mobilitazione la scrittrice di origine siriana, Asmae Dachan, e Iman Sabbah, giornalista palestinese di ‘RaiNews24’ e ‘RaiMed’.

Segno, questo, che anche nei paesi dalla più forte e oltranzista tradizione religiosa musulmana comincia a crescere il dissenso e il disgusto verso pratiche disumane come la lapidazione.

Una speranza in più per Sakineh e per tante donne costrette come lei a fare i conti con una morale che morale non è.

Raffaele Emiliano