Scuola: si prepara una settimana di proteste contro i tagli

La scuola italiana

In queste ore cruciali per le assegnazioni delle ultime cattedre per gli incarichi annuali, i professori rimasti senza incarico minacciano iniziative e mobilitazioni fino allo sciopero nazionale.

A chi non lavora nelle scuole può sembrare l’ennesima protesta di alcuni precari insoddisfatti perché hanno perso il posto. Tuttavia il dissenso che sta crescendo a pochi giorni dall’inizio del nuovo anno scolastico è molto profondo e complesso. La scuola italiana è oggetto di una lenta erosione. Mentre in Italia si taglia, in altri paesi (come l’India) i governanti hanno compreso che la vera competitività di una nazione è legata allo sviluppo delle menti giovani, le quali, se ben educate, nel corso di una o due generazioni possono traghettare un paese dalla povertà alla ricchezza. In Italia, tanto per essere in controtendenza, sono anni che a colpi di “riforme” le risorse per l’educazione (dalla scuola primaria all’università) vengono continuamente erose, stornate, tagliate.

In questi giorni chiaramente l’argomento salta in prima pagina perché si vedono direttamente le conseguenze dei tagli sui lavoratori che, giustamente protestano. Il malcontento delle ultime ore deriva anche da un senso di inganno. C’è, tra gli operatori del settore, una forte impressione di esser soggetti ad una vera e propria truffa perpetrata dai nostri governanti (in primis la Gelmini). Era infatti già a Maggio di quest’anno che circolavano le voci sui futuri tagli, ma tutti (a partire dal ministro fin giù a molti dirigenti dei singoli istituti) si affannavano a promettere che non ci sarebbero stati tagli di organico. Ed ecco che, dopo aver mantenuti calmi con inganni e fandonie i “docenti-bambini” che si preoccupavano anzitempo, i potenti di turno hanno rivelato le loro intenzioni. E si sono fatti anche furbi: hanno invocato il temibile spettro “della crisi” per giustificare dei tagli micidiali. Ma chi ha un briciolo di memoria storica ricorderà che sono tagli programmati, quei tagli non c’entrano con la crisi: la finanziaria triennale che li ha disposti è stata scritta molto prima della crisi economica, ed è stata approvata dalla Camera il 5 agosto 2008 (la qual cosa dovrebbe ricordare anche Fini, dal suo scranno di Mirabello, e dovrebbe smettere di fingere oggi un dissenso che all’epoca non si sognava neppure). Ma con la bandiera della crisi in mano si può fare tutto, così la popolazione, mentre devastano la scuola (che è di proprietà della popolazione) rimane indifferente o tutt’al più è solidale coi docenti e pensa che il problema riguardi solo i posti di lavoro. Ma non hanno figli gli italiani? Non ne avranno a breve?

Insomma i precari (lasciati soli) protestano, sono “in agitazione” e Mariastella Gelmini, con la noncuranza che ha sempre contraddistinto i suoi interventi in materia (come se trattasse di carciofi e patate al mercato) non ha voluto riceverli e adesso dichiara che: “Presto convocheremo i sindacati, lo faremo non appena il quadro delle nomine sarà sufficientemente completo, per analizzare la situazione e verificare la funzionalità degli strumenti messi in campo per fronteggiarla”. Bene: a giochi fatti il ministro si divertirà a fare analisi. Come a dire che intanto non vuole fastidi mentre fa il suo gioco.

E cadono nel silenzio generale anche i richiami dei sindacati, come quello della Cisl, che evidenzia la “troppe situazioni di insostenibilità didattica che i tagli di organico hanno determinato e determineranno ancora”. Con il rischio di avere classi sovraffollate e orari “spezzatino” per molti docenti.

Infatti il problema qui è un altro: ciò che gli italiani dovrebbero capire davvero è che a rischio non c’è solo un nutrito numero di precari e personale di servizio nelle scuole. Il problema della scuola non è relativo ai tagli, anche gravi, di quest’ultimo anno. Il problema è storico ed ideologico. C’è chi vuole rendere la scuola pubblica inutile e incapace di funzionare. Intervistati al riguardo, alcuni docenti della scuola toscana (che nel quadro nazionale sono anche messi bene) sostengono senza mezzi termini che la scuola, da una decina di anni a questa parte è oggetto di un aggressione che rischia di metterla in ginocchio.

Chi lavora nella scuola sa bene che già l’anno scorso, grazie all’ultima riforma del cosiddetto “maestro unico”, la situazione in moltissimi casi è diventata difficilissima da gestire. I docenti, anche di ruolo, hanno avuto grandi difficoltà a portare a termine i programmi. Il personale ATA, già ridotto, non riusciva a far fronte alle tante incombenze che una scuola presenta. Così la scuola pubblica italiana, già dall’anno scorso, ha iniziato uno sbandamento progressivo ed inarrestabile del servizio. E con i tagli di quest’anno i docenti, anche di ruolo, dichiarano che la probabilità di riuscire ad effettuare davvero e bene il loro lavoro sarà seriamente compromessa.

A pagare tutto questo chi sarà? I bambini.

Eppure, a noi italiani, che ci importa? Infondo qual è il servizio che la scuola offre? Educare i giovani, ma forse questo non è abbastanza importante e sciocchi gli indiani che hanno investito ingenti porzioni del Pil per formare una generazione di menti in grado di far esplodere l’economia della loro nazione. Noi italiani sì che siamo furbi: distruggiamo la nostra scuola pubblica in modo che siano le scuole private a trarre frutti da questa situazione.

Luigi Pignalosa