Italia bocciata dal rapporto Ocse sull’istruzione

L’Ocse boccia la scuola italiana, annaspante in fondo alla classifica dei 33 paesi dell’organizzazione. Il dato è quantitativo, non analizza il livello degli studenti o le materie di studio.

Secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, che ha pubblicato il rapporto annuale sulle spese per l’istruzione, l’Italia è quasi fanalino di coda: è penultima nella quota di Pil dedicata al settore, con il 4,5% di spesa contro il 6,2% della media Ocse. Commentando il dossier, il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini ha spiegato che l’Ocse “conferma tutte le valutazioni del governo” in materia. Critici con la Gelmini l’opposizione e i sindacati di centro-sinistra. Per Francesca Puglisi (responsabile Pd Scuola) “una scuola nella quale non si investe è una scuola morta”, mentre secondo Mimmo Pantaleo (Flc-Cgil) il governo “spaccia per riforme la demolizione del sistema pubblico d’istruzione, in controtendenza rispetto a ciò che accade nel resto del mondo”.

Ogni anno il documento si arricchisce di nuovi indicatori che analizzano e confrontano lo stato dell’istruzione ai diversi livelli dei rispettivi sistemi scolastici, adulti compresi. Oltre alla percentuale della spesa per l’istruzione sul prodotto interno lordo, a rivelare in che condizioni è l’istruzione anche il numero degli stranieri iscritti all’università, il numero di ore di insegnamento dalle primarie alle secondarie superiori, gli stipendi dei docenti e il numero di allievi per classe. Nella scuola primaria il costo salariale per studente, è 2.876 dollari, 568 dollari in più della media Ocse, ma il salario medio dei docenti è inferiore di 497 dollari alla media Ocse che è di 34.496 dollari. A spingere in alto i costi sono le maggiori ore di istruzione (+534 dollari), il minore tempo di insegnamento (+202 dollari) e le dimensioni delle classi (+330 dollari).

Anche se i dati in questione fanno riferimento al 2008, e non tengono conto delle novità intervenute, viene da chiedersi come possa il nostro Paese diventare più competitivo sul piano economico visto che la riforma Gelmini, con otto miliardi di euro di tagli spalmati in tre anni, mette l’istruzione italiana in ginocchio. Se poi si aggiungono i diecimila precari che rischiano il posto, le 3700 classi in meno dello scorso anno con ventimila alunni in più negli istituti, il conto è presto fatto. E non serviranno certo i prossimi dati Ocse per conoscere il futuro di un settore condannato al peggioramento.

Giorgio Piccitto