Mostra del Cinema di Venezia: il Vallanzasca “umano” di Michele Placido

Pochi film presentati quest’anno a Venezia sono stati preceduti da tante polemiche come “Vallanzasca – Gli angeli del male”. Hanno protestato in molti per questo biopic del noto criminale milanese Renato Vallanzasca; e questo sin dalle fasi della lavorazione, quando ancora non si sapeva che forma avrebbe avuto il film. Conoscendo l’abilità del regista Michele Placido – bravissimo nel delineare in modo efficace e fascinoso la personalità di personaggi violenti e perversi, come già in “Romanzo Criminale” – in molti si aspettavano un ritratto forse troppo indulgente nei confronti di un uomo macchiatosi in realtà di numerosi efferati delitti, dalla rapina all’omicidio plurimo. E forse non avevano torto a pensare questo. Poi lo stesso Placido, che non ha mai desiderato troppe polemiche intorno ai propri film, ha pensato bene di rinfocolare il chiacchiericcio con una dichiarazione al vetriolo: “In Parlamento ci sono molti criminali peggiori di lui”. Parole sante, direbbe qualcuno. Ma questa è un’altra storia.

Polemiche a parte, ciò che molti benpensanti – probabilmente in preda ad astratti furori contenutistici – non hanno considerato è qualcosa di molto banale: ci troviamo di fronte ad un film. Il cinema è un fenomeno estetico (nel senso etimologico di manifestazione estetica) e come tale va valutato. Il Vallanzasca messo in scena da Placido è smargiasso, simpatico, sciupafemmine e – per dirlo in una parola – umano. Anche quando ruba e uccide. Comprensibile che i parenti di alcune vittime si siano sentiti offesi da questa visione un pò narcisistica e compiaciuta del personaggio; ma, lo ripetiamo, è pur sempre un film. In questo senso Placido è stato abile a non sbattere il mostro in prima pagina, a non scadere nella facile condanna morale del criminale Vallanzasca, che sarebbe stato capace di mettere in scena anche un qualunque regista di terz’ordine. Quello che per molti è una sua colpa, a ben vedere, dovrebbe essere considerato come un suo merito.

La resa fotografica degli anni di piombo è efficace, asettica come ci si aspetterebbe. Calzante e impeccabile Kim Rossi Stuart, capace di passare da un ruolo come quello del “Freddo” in “Romanzo Criminale” a quello di Vallanzasca con una facilità impressionante, nonostante la completa diversità dei personaggi (anche a livello linguistico: borgataro romano l’uno, milanese Doc l’altro). Sulla sua interpretazione si regge l’intera pellicola, ma non è solo: al suo  fianco Filippo Timi, Valeria Solarino e il Francesco Scianna di “Baarìa” danno prova di ottima abilità. A tratti Placido forse eccede nel regalare a Vallanzasca dei momenti di narcisismo puro (si veda la scena finale, esemplare in questo senso), ma il suo ritratto punta ad essere un tuttotondo e il rischio degli eccessi – da entrambe le parti – è sempre dietro l’angolo. Nonostante Placido la ricerchi con insistenza, l’imparzialità del giudizio non esiste: ma purtroppo la mancanza di acrimonia, spesso, è vista da molti come una connivenza sul piano morale. Falso, ovviamente. Ma andatelo a spiegare ai “polemisti” di professione.

Roberto Del Bove