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In un asilo del Lazio, mamma con burqua spaventa i bambini

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In un asilo pubblico del Comune laziale di Sonnino, in provincia di Latina, una mamma di nazionalità marocchina, presentandosi in burqa per andare a prendere il proprio figlio a scuola, pare abbia scatenato una vera ventata di panico fra i bambini presenti.

Alcuni sembra che la chiamino “la maestra nera”, dopo averla vista qualche volta. Il modello indossato dalla donna è quello della versione più ortodossa dell’islam, che non lascia intravedere neppure gli occhi, e permette di guardare solo attraverso una rete all’altezza dello sguardo. Di colore nero, copre la persona per intero. Impossibile non fare riferimento alla più terribile delle tradizioni nostrane in fatto di fiabe, o per meglio dire alla parte più spaventosa delle fiabe occidentali. L’uomo nero è solo l’esempio più banale che viene subito in mente.

Spaventatissimi, molti dei bimbi pare abbiano detto ai loro genitori di non voler andare più all’asilo, per paura di vedere di nuovo “la maestra nera”. Le altre mamme hanno già promosso tra loro l’iniziativa di raccogliere delle firme perché la donna si presenti a volto scoperto quando si reca all’asilo. “Niente contro di lei fuori dalla scuola è liberissima di indossare ciò che vuole ma chiediamo che dentro la scuola si faccia riconoscere”.

Giuridicamente la richiesta è davvero più che legittima, considerato il fatto che in Italia, sia agli italiani che ai cittadini di qualunque provenienza, inclusi gli apolidi, è vietato “girare mascherati”, come è stato spesso ricordato da alcuni anni a questa parte, da varie voci istituzionali. Va bene l’abito lungo, il colore fantasioso, i bordi dorati, i veli, le crinoline se si vuole, ma il volto è come la targa dell’automobile: se in alcuni Paesi esteri la donna non è nessuno, è una donna e basta come il cane per alcuni è un cane e basta, senza neppure bisogno di identificarlo con un nome, qui ogni persona potenzialmente commette reati, oppure inventa cose, stringe relazioni con persone, insomma è un essere che deve essere identificato nelle sue responsabilità e potenzialità per andare in giro fra gli altri. Anche se è donna.

E’ da dire che in un paesino di cinquemila anime come quello di Sonnino, forse andrebbe coltivata ad ogni modo la cultura dei più piccoli così come nelle grandi città e probabilmente più facile fare. Se i bimbi già in tenera età fossero al corrente di più cose, non scambierebbero certo una mamma di un loro compagno per l’uomo nero. E questo nel loro interesse, nel diritto di assomigliare a quei coetanei più smaliziati che in altre parti d’Italia hanno, ancor oggi, “più chances” di raggiungere un futuro costruito come lo vorranno, e non come la vita chiederà loro di accettarlo. Cultura è anche assenza di paura, è anche progresso, è in ultima analisi ciò che abbiamo a disposizione per garantire a noi stessi quella famosa ricerca della felicità di cui parla la Costituzione degli stati occidentali moderni.

A prescindere da questo inciso sul progresso sociale e personale del pensiero, girare a volto coperto è reato, e per una infinità di motivi legali, sociali, civili imprescindibili in una società di diritto.

Sandra Korshenrich

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