Quel “movimento” di Veltroni che insolentisce Bersani

Walter Veltroni come Gianfranco Fini? A giudicare dalla giornata appena trascorsa, sembrerebbe lecito imbastire un parallelo tra i due. Come il presidente della Camera, infatti, l’ex sindaco di Roma non sembra più riconoscersi nel partito di appartenenza o, per lo meno, sembra faticare a sposare a pieno la linea condotta dall’attuale segretario.

Da qui l’esigenza di dire la propria, di vergare un documento per risvegliare gli animi sopiti di quanti all’interno del Pd credono che si possa (e si debba) fare di più. Veltroni – e con lui Fioroni e Gentiloni – lo chiamano movimento, ma a molti sembra l’embrione di una formazione che aspira a dialogare con tutti (fuori e dentro il Pd) e magari a conquistare un consenso tanto ampio da giustificare cambiamenti importanti nella dirigenza del partito.

Veltroni è “preoccupato”: il calo vertiginoso dei consensi del Pd – attestato dai sondaggi – lascia presagire tempi sempre più bui; per questo l’ex segretario vorrebbe dare una svolta e invertire la rotta di un partito che dovrebbe avere una vocazione maggioritaria, soprattutto in un periodo come questo, che pare registrare il lento sfarinarsi del berlusconismo.

A certificare lo stato di cattiva salute del partito ci ha pensato ieri il veltroniano Giorgio Tonini: “Il Pd arranca – ha tuonato – o inverte la rotta e impara a parlare alla società oppure bisognerà inventarsi qualcosa di diverso“. Qualcosa di nuovo, che porti il Pd verso nuovi (e finora sconosciuti) successi, aprendo alla possibilità di conquistare anche parte dell’elettorato di centrodestra, sfiancato dalla divisione Fini-Berlusconi.

Ma lo “strappo” tra Walter Veltroni e Pier Luigi Bersani non si consuma solo sul piano della linea politica; l’ex segretario del Pd, infatti, sembra nutrire dubbi anche sulla leadership dell’ex ministro e non nasconde che per rilanciare il partito sarebbe auspicabile proporre un homo novus: “Non escluderei una premiership fuori dal partito – ha scandito ieri Veltroni –  scelta nella società, nelle professioni, come fu Romano (Prodi, ndr) nel ’96”.

Ce ne è abbastanza per far sbottare Pier Luigi Bersani che ieri, ospite di “Porta a porta”, ha espresso scarso entusiasmo per l‘operazione avviata da Veltroni all’interno del partito. Di più: il segretario considera quello di Veltroni un insidioso “autogol” destinato a indebolire ulteriormente il Pd e a consegnare “pacchi dono” nella mani del premier. E sulla leadership: “Vedo che c’è un cambiamento – ha replicato Bersani – Quando venne scritto lo statuto del Pd furono i veltroniani a sostenere la necessità di introdurre una norma che prevedesse l’automatismo tra la figura del segretario del partito e quella del candidato premier“.

“Io ho sempre detto – ha continuato Bersani – che non lo escludo, ma che non lo ordina neanche il dottore. Di certo Prodi non può essere considerato un papa straniero, perché se c’è qualcuno che ha il copyright del Pd – ha concluso il segretario – è proprio lui”.

Maria Saporito