Una buona morte

Il titolo di questo articolo sembra assurdo eppure quello stiamo per trattare è un tema di fondamentale importanza che da anni divide la comunità scientifica, così come quella sociale. Quando la guarigione dalla malattie diviene ormai una meta irraggiungibile è giusto puntare sulla qualità della morte? E se sì, con quali modalità?

Per rispondere a tutte queste domande la Lien Foundation di Singapore ha commissionato un’indagine sull’argomento all’Economist Intelligence Unit, centro studi anglosassone che elabora analisi e previsioni per il gruppo editoriale responsabile della pubblicazione di  The Economist. Sotto osservazione 40 nazioni, valutate con una batteria di 24 indicatori e l’ausilio di sociologi, economisti, medici e specialisti in cure palliative, per esaminare quanto e come sono in grado di occuparsi dei malati terminali. Con risultati davvero allarmanti. I dati estrapolati hanno messo in evidenza che le cure palliative rappresentano una reale strategia in pochi luoghi al mondo ed in materia i Paesi ricchi non sono necessariamente i più virtuosi.

Primo posto per la Gran Bretagna, che conquista la palma grazie alla grande consapevolezza della propria popolazione, alla formazione del personale, all’accesso ai farmaci antidolore e per la trasparenza nella comunicazione fra medico e paziente. Australia seconda e Nuova Zelanda terza. Posizioni sorprendentemente arretrate per nazioni sviluppate come Danimarca, Giappone ed Italia, fra il ventiduesimo e ventiquattresimo posto. In fondo, Cina, Brasile, India e Uganda. Non sembra stupito David Clark, esperto dell’università di Glasgow e fondatore dell’osservatorio internazionale sull’assistenza di fine vita, secondo cui «In Italia lo sviluppo delle cure palliative ha avuto una storia discontinua con una mancanza di coordinamento e fino a tempi recenti un accesso inadeguato ai farmaci oppiacei».

La ricerca delinea infine 5 conclusioni che risultano essere determinanti per la realizzazione di un concreto salto di qualità in materia. Innanzitutto per migliorare le cure palliative è imperativo combattere i molti tabù culturali sulla percezione della morte. Sarà poi importante alimentare il dibattito su eutanasia o suicidio assistito, spesso condotto con clamore su giornali e televisione, ma ancora totalmente estraneo a grandi fette di popolazione. Infine occorrerà assolutamente migliorare ed aumentare la disponibilità dei farmaci utili ad arginare il dolore, nonché studiare un adeguato sistema di rimborso spese da parte dello stato. Una morte annunciata è senza dubbio un destino orribile. Così come affrontarla con la migliore assistenza rappresenta un diritto inalienabile.

Katiuscia Provenzani