Veltroni vs Bersani: scontro sulla democrazia

Le truppe veltroniane, a 48 ore dalla pubblicazione del documento fondativo dell’area, cui faranno riferimento anche Beppe Fioroni e Paolo Gentiloni, che, come ha voluto precisare l’ex segretario democratico, non vuole essere una nuova corrente bensì “un movimento di idee e di proposte dentro il partito ma con l’ambizione di parlare anche all’esterno”, contano fra le proprie file 75 parlamentari del PD, poco più della maggioranza di quei 146 che, su un totale di 319 eletti, lo scorso anno avevano deciso di sostenere Franceschini nella sua corsa alle primarie contro Pierluigi Bersani.

L’attuale segretario, dal canto suo, ha scelto di accogliere con indifferenza il tentativo di strappo di Veltroni, spiegando che “a me va bene tutto non ho fatto conti sul sostegno a questo documento. […] Per me la bussola è rimboccarsi le maniche, andare avanti, fare le nostre discussioni nelle sedi giuste e nei nostri organismi”.
Bersani, d’altronde, oltre che sul certo e determinante sostegno di Massimo D’Alema, ribadito dall’ex ministro degli Esteri ancora ieri a “La Stampa”, sa di poter contare sulla condivisione, da parte di Franceschini e della sua area, del progetto dell’alleanza “a cerchi concentrici”: “nuovo Ulivo” con i soggetti interessati a condividere linee programmatiche di Governo del Paese, “alleanza democratica” con quelle forze che, a partire dalla Federazione della Sinistra (Rifondazione, Pdci, Socialismo2000, sinistra Cgil), pongono il problema di difendere la Repubblica, il Parlamento e la Costituzione dagli attacchi di Berlusconi e delle destre senza però condividere le linee guida del progetto politico del Partito Democratico.

E’ proprio su questo nodo di democrazia che, d’altronde, si è consumata la rottura definitiva tra Veltroni e Bersani.
L’attuale segretario democratico, infatti, punta a conquistare la guida del Paese attraverso un percorso che tenda alla costruzione di un ampio fronte con altre forze interessate e, al tempo stesso, spinga per una modifica del sistema elettorale che garantisca, con un ritorno al proporzionale e alle preferenze, una maggiore partecipazione (non a caso è proprio nell’ampia fetta degli astenuti, secondo un recente sondaggio, che si auspicherebbe un ritorno al proporzionale) e per la fine dell’epoca maggioritaria orientata al bipartitismo che ha ripetutuamente garantito a Berlusconi grandi maggioranze parlamentari senza mai aver superato un consenso del 35/40%.

“L’aspirazione maggioritaria del PD”, al contrario, dovrebbe declinarsi, per Veltroni, nella convinzione, ben concretizzata nel corso del 2008, di dover favorire l’evoluzione maggioritaria e bipolare/bipartitica del Paese, puntando, attraverso l’introduzione di sbarramenti sempre più alti e la difesa del sistema vigente, all’annientamento di tutte le forze politiche di opposizione, a sinistra e al centro, diverse dal Partito Democratico, tentando così di attrarre su di sé, con la logica del “voto utile”, i consensi dei partiti minori (non a caso il PD con Veltroni ha raggiunto il suo massimo storico) per raggiungere non tanto un impossibile maggioranza assoluta quanto una maggioranza relativa che, in un sistema fortemente maggioritario, permetterebbe di ottenere la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento.
Un’idea che, in teoria potenzialmente vincente, è smentita non solo dall’imbarazzante esito delle elezioni del 2008 (sinistra fuori dal Parlamento, PD isolato, destre al potere con un margine mai visto nella storia della Repubblica) bensì anche dalla storia politica e culturale della sinistra italiana che ha sempre puntato sulla carta della partecipazione, dell’idea della politica come strumento al servizio delle “masse”, che si pone completamente in antitesi rispetto ad una posizione estremamente maggioritaria e, per riprendere “l’obamismo” veltroniano, “all’americana”.

Mattia Nesti