Juarez, tra Messico e Texas. Terra franca per gli omicidi

ULTIMO AGGIORNAMENTO 5:53

Attraverso quale storia, quali abitanti, usanze, accadimenti una metropoli ai confini tra Messico e Texas diventa conosciuta nel mondo (o per meglio dire, nota ad una parte ristretta di persone nel mondo, data la disinformazione che a volte riguarda fenomeni isolati ma tragici) come “Murder City”?

Si tratta di Ciudad Juarez, o più familiarmente Juarez, per gli abitanti di molti Stati nelle zone circostanti. Nota a tutti, e non allegramente nota. Un po’ texana ed un messicana per indole e per elezione, formalmente fa parte dello Stato del Chihuahua, Mexico. Un milione e mezzo di abitanti, anima più, anima meno.

Crocevia di scambi clandestini, contrabbando di droghe e altri materiali smerciati sottobanco fra Texas e Messico, ed anche ovviamente di altre provenienze. Ovvio che si tratti di un terreno particolarmente fertile per le stragi, le rivalse private, i traffici illeciti che portano anche ad altri delitti. All’omicidio, molto di sovente.

Gli scontri tra narcotrafficanti hanno fatto da vent’anni a questa parte di Ciudad Juarez la città più violenta del mondo. Non le città islamiche, non i centri messi su da certe tribù africane aborigene, non gli ultimi atolli dove si praticherebbe ancora il cannibalismo nel mondo. Proprio qui, a quanto pare, avvengono più casi di omicidio che in ogni altro angolo, esplorato e non, dell’intero mappamondo.

Oltre 2000 omicidi dall’inizio di quest’anno alla fine di agosto, sono quelli che sappiamo esser stati registrati a Juarez. Solo quelli registrati. Rientrano nel clima delle quotidiane violenze anche i sequestri organizzati, le torture private, altre forme di abuso che la fantasia umana sa inventare in gran numero, e che la psiche deviata da lunghi periodi di soprusi fatti, subiti e visti sa creare al momento.

Ma tutto questo è ben celato agli occhi del passante momentaneo da una fitta coltre di normalità. Quella di una città che è la quinta metropoli più grande del Messico, e che si è imposta da parecchi decenni come importante centro industriale. Si considera gemellata con la vicinissima città texana di El Paso, che le sorge proprio di fronte e con la quale forma una sorta di area metropolitana binazionale. C’è il Rio Grande che scorre tra le due, e che storicamente separa il confine politico fra Stati Uniti e Messico dal 1848, anno della firma del trattato Guadalupe Hidalgo. Prima di allora non era ben chiaro in quali confini rientrasse, ed il suo nome era El Paso del Norte. Quasi un tutt’uno con l’attuale area metropolitana che è rimasta allo Stato americano del Texas (nella foto, l’imponente struttura del Mexico Temple, il tempio dei religiosi mormoni a Juarez).

Dalla fine del XIX secolo l’evoluzione delle due città è andata avanti, come sempre succede, anche in ragione delle politiche degli Stati di appartenenza. Se El Paso di oggi è una metropoli americana, Juarez ha una valenza più antiquata, se così si può definire nonostante la sua fondazione risalga al non lontano 1659 ad opera di esploratori spagnoli.

Una fittissima barriera di omertà avvolge questa particolare città con la complicità di magistrati, politici, autorità locali a vario titolo, ed ovviamente con la condiscendenza quotidiana della polizia del luogo. Questo clima ha reso possibile da un ventennio, per l’esattezza dal 1993 a questa parte, secondo i dati che si sono potuti raccogliere sporadicamente da fonti internazionali, un altro macabro quanto molto particolare fenomeno che ha luogo in quella zona. Andiamolo ad analizzare.

Dunque, dal momento che, come più sopra accennavamo, la città è a livello industriale un centro importante, che cioè “frutta” economicamente non poco anche se certamente a pochi, le più determinanti fabbriche che vanta sono le “maquiladoras”, in cui vengono prodotti numerosi beni d’esportazione destinati a nazioni del cosiddetto primo mondo.

Il vantaggio di cui gode l’imprenditore di certe zone, come è noto, è il bassissimo costo della manodopera. La pubblica disperazione causata dalle condizioni economiche generali, e le leggi che non tutelano certo la classe operaia, fanno sì che per pochi spiccioli si possa assoldare per moltissime ore al giorno con molta facilità una lavoratrice. Sono infatti delle donne del posto le principali “mani” che lavorano nelle aziende locali.

Ebbene, così poco vale da quelle parti la vita di tali “mani”, che quasi quotidianamente qualcuna delle lavoratrici non torna a casa, nell’indifferenza della gente e del mondo, venendo assassinata nel tragitto che deve compiere a piedi nelle zone riarse del territorio, per recarsi alla sua fabbrica. Ma non si tratta di omicidi comuni, né tantomeno motivati da circostanze particolari, come siamo abituati a veder succedere dalle nostre parti in caso di disagio psicologico, vendetta privata, o raptus domestico.

L’omicidio, a Juarez, senza motivi neppure futili, è semplicemente all’ordine del giorno. Bisogna metterlo in conto. Eppure, le donne si recano ugualmente in fabbrica, con la consapevolezza del pericolo che corrono. A migliaia sono scomparse senza traccia, per poi essere ritrovate nelle zone circostanti, abbandonate sulla sabbia come carcasse.

Tutti gli omicidi nei confronti delle lavoratrici hanno le stesse caratteristiche. Le vittime hanno tutte il cranio fracassato, a volte il volto completamente sfigurato. Quando non restano solo le ossa (perché nella maggioranza dei casi non vengono ritrovate dai familiari nemmeno quelle, e sono soltanto loro a cercare le loro madri e figlie, o sorelle), i resti delle carni consentono di capire con certezza che le vittime vengono violentate, percosse in ogni maniera pensabile, strangolate, torturate e seviziate quanto più la fantasia può riuscire a concepire, accoltellate ed infine abbandonate semisepolte in giro per le lande desertiche circostanti (nella foto, alcune delle vittime).

La maggior parte delle donne assassinate o mai ritrovate, ma di cui si sa con certezza che, essendosi allontanate a piedi incontro al loro unico lavoro ed alla loro invariabile giornata e non essendo tornate, non possono che aver fatto la stessa fine, ha tra i 14 ed i 40 anni. Ma non è mancato anche qualche ritrovamento di bimbe di 10 anni che hanno ricevuto esattamente lo stesso trattamento.

Sono stati scritti negli anni alcuni libri (pochi, meno di una decina) sul tetro ed inaudito fenomeno che per le abitanti di Juarez è senza via di fuga. E’ stato realizzato un film denuncia ultimamente, uno solo, sull’argomento (“Bordertown”, con Jennifer Lopez e Antonio Banderas, del 2007).

Ma il fenomeno rimane sconosciuto ai più, e trascurato in sede di politica internazionale dei paesi cosiddetti civilizzati. Quelli del primo mondo dove approdano i prodotti delle “mani” che tanto pericolo corrono per realizzarli. Se l’industria di Juarez è fiorente (e resta da vedere per chi, anche se già lo si sa), lo è tanto più il commercio, e da ambo le parti: non solo per il Messico, ma anche per le nazioni che volentieri accolgono, nell’incuranza dei dettagli, i prodotti che vantaggiosamente varcano i loro confini. E non vorremo certo “litigare con il Messico” a causa dei particolari extracontrattuali, no? Per non dover tirare in ballo concetti pesanti come quello dei “Diritti Umani”, inalienabili chiunque nel mondo secondo tutte le moderne Costituzioni, della faccenda non si parla.

L’intera situazione è a livello internazionale sepolta nella sabbia silenziosa anch’essa: lo scomodo affaire in sede di governo di ognuno degli Stati moderni non lo si guarda, cosa lo si guarderebbe a fare. Si finge di non sapere quel che avviene, e di ignorare perfino che le moderne Costituzioni del mondo occidentale, oltre a riconoscere i diritti umani a ciascun individuo, prevedono l’obbligo di dare rifugio a quanti nelle loro nazioni non godrebbero delle stesse condizioni giuridiche inalienabili, quali il diritto alla vita. Ma il fenomeno non c’è, in quanto “tutto quel che non passa in tv non esiste”,  ed il problema non sussiste.

Solo Amnesty International, tra gli organismi internazionali, da anni si occupa dello spaventoso caso, soprattutto con la costante opera di informazione, e di lotta conseguente alla disinformazione. La mafia locale di Juarez e dintorni, tanto serrata da comprendere le autorità locali molto strettamente, non consente di sapere molto, né lascia intravedere l’opportunità a governi di nazioni estere (che comunque non si sono fatti avanti) o ad associazioni straniere di intervenire.

Come è ovvio che sia, pesanti minacce pendono costantemente sul capo degli unici “contatti” che Amnesty International riesce a mantenere sul posto, come la “Nuestras Hijas de Regreso a Casa”, associazione locale per i diritti umani, ed in particolare per il diritto di sopravvivenza delle donne. Il “ritorno a casa” di cui parla in modo augurale il nome dedicato alla Madonna, è quello delle lavoranti delle fabbriche. Una speciale Madonna è stata istituita dalle istituzioni cattoliche del territorio, e viene venerata in quel di Juarez.

All’indomani dell’uscita del film di Gregory Nava con Jennifer Lopez, proprio questa associazione è stata ritenuta responsabile di aver fatto trapelare per la prima volta all’estero, tramite i suoi contatti con Amnesty, le notizie sulla situazione di Juarez. Ebbene, il 25 maggio del 2007 le fondatrici Marisela Ortiz Rivera, Norma Andrade, Maria Luisa Garcia Andrade, hanno ricevuto un messaggio di posta elettronica in cui venivano minacciate insieme alle figlie di qualcuna di loro. Ma continuano coraggiosamente nella missione di cui si sono volute sobbarcare, e lungi dall’essere zittite, hanno fatto sapere al mondo anche questo. Fatto sapere è in questo caso un modo di dire, dal momento che la disinformazione su Juarez è ancora fitta. Poche donne, e con una sola associazione internazionale che le appogga, hanno solo il loro personale coraggio per dimostrarsi più forti di  numerosi governi che chiudono gli occhi.

In realtà, il “femminicidio”, termine che non tutti in terra nostrana conoscono, non è esclusivo di Juarez. La parola ci suona sconosciuta, e neppure troppo simpatica. E’ diverso dall’uxoricidio, uccisione della propria moglie per qualche ragione, e dal matricidio, avvenimento con una identità specifica della vittima e che prevede una motivazione momentanea per l’assassino, ancorché frutto di mente deviata. Il termine femminicidio invece dalle nostre parti non ha ragione di essere e non ha motivo di essere diffuso nemmno per indicare questioni lontane geograficamente, poiché riguarda fatti d’oltreoceano che nessuno conosce. Sta ad indicare l’uccisione indistinta ed immotivata di donne con crudeli modalità, e da parte non di un serial killer in particolare, ma di più uomini, come usanza di costume. E’ un fenomeno che in Sudamerica è conosciuto, ed in particolare riguarda l’intero Messico. Ma Juarez ne è la capitale mondiale, conservando il record con gran distacco su tutte le altre zone messicane (nella foto, le croci sparse per le zone desertiche, dedicate alle persone mai ritrovate: qualche madre si aggira sempre sul posto dedicandosi in alcuni casi da anni alla ricerca dei resti della propria figlia).

Sandra Korshenrich

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