Giappone: il restiling del videogioco

Giappone e videogames. Un binomio davvero esplosivo che però nell’ultimo periodo si è caratterizzato per una forte battuta d’arresto. Ora a dare uno scossone ci pensa Yoshikazu Tanaka, 32enne nipponico appena eletto da Forbes miliardario più giovane di tutta l’Asia. Tanaka è infatti divenuto il nuovo re dei videogiochi. E lo ha fatto generando nei primi sei mesi dell’anno, con la sua società “Gree”, ben 39 milioni di dollari grazie ai social gaming per mobile, unico settore dell’intrattenimento digitale che si registra in crescita. 

Tutto il resto è ormai arida noia. Se ne sono accorti i consumatori ed ora purtroppo se ne stanno accorgendo anche i grandi produttori. Meno 7 per cento nel 2009, con un giro d’affari ridotto a 543 miliardi di yen. Al cambio attuale sono circa 5,4 miliardi di euro, molto poco per un settore che appena qualche anno fa era uno dei fiori all’occhiello del made in Japan. Dalle lontane lande asiatiche compagnie come Square Enix, Konami o Namco Bandai  guardano ora al mercato statunitense ed europeo come unica ancora di salvezza, mentre in patria a dominare è solo quello che va su telefonino.

La Capcom ad esempio, creatrice di Resident Evil, ha deciso di affidare una parte della produzione a sviluppatori occidentali. Il nuovo Devil May Cry verrà curato dagli inglesi della Ninja Theory, diventati noti due anni fa con Heavenly Sword e Enslaved. Senza alcun dubbio in Giappone si trova ancora una scuola di giochi elettronici che per profondità, raffinetzza, temi e scenari scelti non ha davvero rivali. Ma rischia sempre più di essere sempre di più un punto di forza marginale.

Stritolato fra guerre digitali made in Usa, sempre più realistiche, i cosiddetti casual game di moda sul Wii della Nintendo, e il mondo mobile e vincente che sta decretando il successo di Tanaka. C’è bisogno di un’onda nuova. Che, per una volta, crei un maremoto del tutto benefico.

Katiuscia Provenzani