La cotogna di Istanbul, Paolo Rumiz

Ci vuole una certa solennità scanzonata per scrivere la propria storia. I libri sono quasi dei figli per gli autori che li partoriscono, figli bastardi dell’esperienza vissuta e della fantasia. Nel libro “La Cotogna di Istanbul” Paolo Rumiz ha nascosto una storia che gli appartiene, che sarà sua per sempre e l’ha regalata ad altri personaggi affinché la vivessero di nuovo al suo posto. I dettagli dell’opera che derivano dall’esperienza autentica non sono altro che il patrimonio genetico che la creatura viva, che è questo libro, ha ereditato dal padre, dall’autore. Tutto il resto è figlio di una fantasia meravigliosa che vola bassa proprio per custodire al meglio tutto ciò che di vero c’è nella storia raccontata da Paolo Rumiz.

Il libro non possiede la forma della prosa: i racconti che per un’esistenza intera sono vissuti solo mediante la trasmissione orale, meritano di essere celebrati dal verso. In questo caso l’opera intera è una ballata lunga quasi centottanta pagine. Il racconto narra la storia d’amore dolcissima tra Max, un ingegnere viennese e Maša, una donna di Sarajevo dagli occhi come grani di uva nera. Il loro non è l’amore impulsivo e prepotente di due giovani o di due adolescenti, bensì il sentimento maturo ed incommensurabile di un uomo e una donna di mezza età, capaci di avere pazienza ma comunque impotenti di fronte allo sguardo annichilente di chi riesce ad inquisirti l’ anima. Si conoscono a Sarajevo, città verso la quale Max nutre un amore viscerale, e rimangono legati l’uno all’altra grazie ad una canzone popolare che Maša canta a Max con la sua voce roca da contralto e che diverrà per lui oggetto di lunghe riflessioni. Il brano in questione parla di una giovane malata che chiede all’uomo che ama di portarle una cotogna d’Istanbul per farla guarire. Il giovane innamorato sparisce per tre anni per cercare la mela per la sua donna, ma quando torna trova il suo funerale e prega i presenti di poterla baciare un’ultima volta. Da questa canzone e con questa canzone nasce l’amore fra i due, che prenderà vita secondo la forma di una favola malinconica e nostalgica, che come tale va narrata seguendo un ritmo cadenzato, lo stesso ritmo del passo dondolante delle donne dei Balcani.
L’autore è capace di creare immagini suggestive nella mente del lettore grazie ad una sorta di meticolosità rivolta agli aspetti essenziali dei particolari della storia. Ogni pagina è impregnata di sapori antichi, di tradizioni non scritte, di episodi vissuti col trasporto di chi non può evitare che la vita faccia il suo corso. Il racconto è una di quelle storie che sarebbe bello sentirsi narrare di fronte ad un camino da uno sconosciuto qualsiasi in una serata d’inverno.

Parola dopo parola sembra quasi di riuscire a penetrare nella storia, di riuscire a percepire l’odore di mela cotogna della biancheria di Maša, di riuscire a sentire la melodia di una canzone popolare bosniaca che canta di un amore disperato e del dolore straziante dell’assenza.

La cotogna di Istanbul
Paolo Rumiz
Feltrinelli
Collana: I Narratori
184 pagine, brossura
16 euro

Martina Cesaretti