Frappuccino: l’Italia non cede alla moda

Britney Spears è probabilmente la prima consumatrice al mondo di frappuccini, i paparazzi si divertono ad immortalarla anche con due bicchieroni per volta carichi di panna e noccioline.

Questa delizia americana è certamente un attentato alla ritrovata forma fisica della cantante così come nuoce alla linea di molte altre peccatrici sparse per il mondo mentre le italiane rimangono ancora escluse dai giochi.

Il frappuccino infatti non ha nulla a che vedere con la tradizione italiana (malgrado il nome) ma è nato in casa Starbucks e da lì si è diffuso in gran parte del mondo senza mai approdare in Italia che, gelosa com’è del suo espresso, ripudia sdegnata i “bibitoni” americani.

Non manca però chi ha potuto assaporare il frappuccino all’estero ed è tornato in patria euforico decantando le oltre 10.000 varianti di gusto, anche nei social network si lanciano petizioni per aprire Starbucks in Italia ma il Bel Paese resiste.

Non si tratta di un rigido anticonformismo ma di ragioni economiche e di marketing; gli italiani vedono nella pausa-caffè un momento necessario per spezzare le ore di fatica lavorativa o semplicemente per scambiare due chiacchiere, il bicchierone take-away toglierebbe l’occasione per quei cinque indispensabili minuti di pace.

Non parliamo poi del rito sacro dell’espresso, niente a che vedere con il caffè annacquato degli americani, forse farebbero gola muffin e cheescake ma la pasticceria italiana tiene alta la testa con sfogliatelle napoletane e cassate siciliane.

È quindi un azzardo troppo rischioso per l’impresa Starbuks, dopo i primi incassi dovuti all’entusiasmo per la novità americana le vecchie tradizioni nostrane potrebbero riprendersi i clienti.

Moda sì, ma quando si tratta di cucina l’Italia rivendica il tricolore.

Valentina Bauccio