Pd: dalla Direzione né vinti né vincitori

Quando l’assemblea della Direzione nazionale del Pd si scioglie è difficile distinguere i vinti dai vincitori. Il sentore è che le diverse anime del partito abbiano tentato di confrontarsi, senza però giungere alla sintesi reale. Il bilancio è per tutti positivo e nessuno dei partecipanti si sente di consegnare ai cronisti un resoconto preoccupante. Eppure nessuno può dirsi “vincitore” di questa battaglia interna, combattuta a suon di “distinguo” e posticce riappacificazioni.

Non il segretario Pier Luigi Bersani, per quanto convinto di aver rimarcato la rotta da seguire. “I nostri elettori – ha spiegato ieri – ci vogliono combattivi e ci chiedono di lavorare per evidenziare la crisi del berlusconismo. Non possiamo fare il gioco dell’oca e ricominciare sempre daccapo”. La sua relazione ha incassato il consenso unanime della platea, fatta eccezione per i 32 astenuti.

“L‘iniziativa dei 75 (adesso 76, ndr) – ha continuato Bersani – è legittima, anche sui contenuti si può discutere, ma tempi e modi sono sbagliati. E’ stato un errore che ha creato sgomento, però – ha precisato – non voglio bloccare il confronto perché noi non siamo un partito personale ma abbiamo gli organismi in cui confrontarci”.

Un discorso, il suo, che pur toccando tutti i nervi scoperti di un partito da rilanciare, non pare entusiasmare i presenti. E sembra piuttosto rinforzare il timore che la leadership del segretario sia lontana dal conquistare il convinto sostegno di tutti.

Non vince Walter Veltroni, perso nei suoi risentimenti passati e in tardive giustificazioni: “Il documento – ha detto ieri –  è frutto solo del bisogno di discussione. Guai a fare un’equazione tra discussione e divisione. L’unità – ha rimarcato – non è obbedienza e non è spirito acritico”.

“Il Pd è la sfida della mia vita” ha ripreso mieloso l’ex sindaco di Roma e “Bersani è il segretario di tutti noi”, ma nulla osta di perdersi in ricordi non proprio gradevoli: “Quando nel pieno della campagna elettorale in Sardegna Bersani si candidò per le primarie – ha rinfrescato Veltroni – io non ci rimasi bene ma non obiettai. Bersani disse: stiamo solo discutendo. E lo stesso – ha concluso Veltroni – diciamo noi”.

Non vince infine l’area minoritaria del Pd, quell’ “Area democratica” che Dario Franceschini vorrebbe forse adesso “immolare” per costruire un partito più collegiale. “Il Pd – ha scandito l’ex segretario – è nato per un ambizioso progetto di cambiamento della società che è l’unico collante tra di noi, che abbiamo storie diverse. In tal senso – ha notato – va apprezzato il passaggio della relazione di Bersani in cui ha affermato che il Pd ‘non appalta’ a nessuno pezzi di rappresentanza”.

Non ha funzionato – ha ammesso – lo schema deciso dal congresso di una maggioranza e di una minoranza e la gestione plurale. E’ il momento della collegialità senza rinunciare alle idee che io rappresento e che mi hanno dato un milione di voti alle primarie e che io – ha continuato – metto a disposizione di tutto il partito perché all’emergenza in cui si trova il Paese e la situazione politica si risponde con l’emergenza“. Un tutto e il contrario di tutto che rischia di acuire la crisi del partito che parla, discute, si confronta, ma non vince mai.

Maria Saporito