“La passione” di Carlo Mazzacurati, dove Vita e Cinema coincidono

Di film su registi in crisi creativa non è che se ne siano visti pochi. L’elenco è lungo e conta al suo interno anche alcune pietre miliari della storia del cinema: basti pensare a Otto e mezzo di Federico Fellini o a Effetto Notte di François Truffaut. Esempi più recenti sono l’Happy Family di Gabriele Salvatores o Road to Nowhere, masturbazione cinematografica di Monte Helmann (già da noi recensita). Presentata, quest’ultima, alla 67° Mostra del cinema di Venezia come anche La passione, opera ultima di un Carlo Mazzacurati in predda a febbri metacinematografiche. Il che di per sé non è male; non foss’altro però che il tema è alquanto abusato, ed è davvero difficile dire qualcosa di originale in merito.

Giannu Dubois (Silvio Orlando) è un regista in piena crisi creativa, che per una serie di combinazioni si troverà a mettere in scena una rappresentazione della Passione di Cristo in un paesino della Toscana, mentre la sua carriera cinematografica va a rotoli. Al suo fianco un ex-galeotto redento (Giuseppe Battiston) riuscirà ad infondere a lui e a tutti la carica e la forza per portare avanti la rappresentazione, nonostante il pressapochismo dilettantistisco, le avversità e le piccole invidie. Ci si mettono di mezzo una presuntuosa attrice emergente (Cristiana Capotondi) e un caricaturale quanto capriccioso meteorologo di provincia (Corrado Guzzanti), aspirante attore. Dolce e conturbante è Kasia Smutniak, nelle vesti dell’insospettata musa del regista.

Al di là di ogni altra pretesa, l’equazione Vita=Cinema e Cinema=Vita appare evidente nelle intenzioni di questo metafilm, che – se non altro – ha il pregio di rendere accessibile al grande pubblico il tema della crisi creativa, in genere più caro alle élite intellettuali. In questo senso risulta efficace l’utilizzo del registro “commedia”, anche se il film fa ridere solo a sprazzi e per scene isolate.

Per il resto il film non aggiunge nulla di nuovo all’argomento e, anzi, ne riutilizza per certi versi i cliché. Tra un Silvio Orlando sempre efficace ma ingabbiato per la seconda volta nel ruolo del regista sfigato (lo era già stato nel Caimano di Nanni Moretti), un Corrado Guzzanti divertente ma imbrigliato in un ruolo eccessivamente macchiettistico e privo di ogni realismo, si staglia imponente l’interpretazione di Giuseppe Battiston, tragico quanto basta, caricato al punto giusto, leggero dove serve. È lui una delle più solide realtà del nuovo cinema italiano.

Roberto Del Bove