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Van Gogh: dolore, autodistruzione, morbosità

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Antonio De Robertis è un grande studioso di storia dell’arte, le cui ricerche da circa vent’anni girano intorno alla vita e alle opere di Van Gogh. L’esistenza del celebre pittore racchiude arcani ancora condannati al mistero. La curiosità che spinge gli amanti dell’arte figurativa ad inoltrarsi all’interno della vita del pittore olandese è sempre e comunque fervente; l’aiuto di un esperto non potrà fare altro che aiutare tutti coloro che ne hanno voglia e bisogno a comprendere più a fondo determinate dinamiche esistenziali riguardanti Van Gogh. Antonio De Robertis si è gentilmente prestato a rispondere per noi a due domande atte ad indagare all’interno dell’animo di Van Gogh e degli intimi travagli che l’hanno sempre accompagnato.

Signor De Robertis, la ringraziamo per essersi gentilmente prestato alla nostra intervista. Iniziamo subito con le domande.Van Gogh ha iniziato a dipingere a ventotto anni. Secondo lei si tratta di una vocazione tardiva oppure della conclusione di un periodo in cui è l’artista ha represso la propria indole?

Certamente Van Gogh non pensava, durante l’adolescenza, di diventare pittore. Lo dimostrano le lettere al fratello Theo e le poche testimonianze di schizzi e goffi disegni realizzati in quel periodo.
Emerge sicuramente una passione precoce di fruitore d’arte e buon conoscitore di pittori a lui affini,le cui opere amava indagare e osservare piuttosto che vendere,compito ingrato a cui l’aveva indirizzato 
a soli 16 anni la famiglia,notoriamente composta dal padre pastore protestante e da quattro zii,di cui ben tre mercanti d’arte. È qui da sfatare l’idea che fosse un predestinato al dolore e alla sofferenza: in famiglia si facevano riunioni per programmare un suo futuro sereno e felice. I progetti della famiglia di Van Gogh nei suoi confronti furono addirittura più volte modificati per aderire ai suoi più intimi desideri.

Van Gogh passò dall’ essere mercante d’arte a istitutore in una scuola in Inghilterra, per poi andare a studiare teologia ad Amsterdam senza profitto fino a fare il predicatore laddove nessuno voleva andare,tra i minatori del Borinage. E’ qui che, disgustato dal conformismo delle gerarchie religiose,cominciò quasi per disperazione a disegnare con regolarità. Nessuna repressione quindi, ma la lenta consapevolezza del fatto che anche con la pittura poteva realizzare un compito sociale. Non a caso voleva diventare un buon illustratore sul modello delle riviste inglesi dell’epoca,volte a rappresentare le umili condizioni di vita delle classi proletarie di Londra.

Lei ha detto che Van Gogh non era un predestinato al dolore. A questo punto una seconda domanda di carattere biografico viene spontanea: come tanti altri artisti Van Gogh è morto suicida. Può lei spiegarci i motivi autentici del suicidio del pittore?

Molti artisti si sono suicidati(curiosamente l'età critica sono i trentasette anni circa)per esaurimento della vena creativa. Non è il caso di Van Gogh,che era ancora nel pieno delle sue facoltà. Le ragioni vanno ricercate nei rapporti col fratello Theo. Con lui aveva instaurato una simbiosi assoluta, come dimostrano le oltre seicento lettere. Van Gogh arrivò addirittura a definire il fratello coautore dei suoi quadri. A un certo punto questa simbiosi si spezzò: quando Theo decide di costruirsi una famiglia propria: non è un caso che tutte le crisi di Vincent siano sopraggiunte subito dopo il fidanzamento, le nozze e la nascita del nipotino a cui venne dato paradossalmente il suo nome, fatto in cui, a livello inconscio, intravide forse una rimozione ed una sostituzione di persona ai suoi danni.
 Il sei luglio milleottocentonovanta a casa di Theo ci fu una vera e propria resa dei conti, propiziata dal caratterino della cognata, tesa per il bimbo sofferente in quei giorni. Lì Vincent capì di essere ormai un escluso, un intruso e lo fece ben intendere nell'ultima lettera non spedita che gli venne trovata nella 
tasca della giacca subito dopo il tentativo di suicidio poi andato a buon fine. Forse neanche Theo immaginava quanto questa simbiosi fosse totalizzante. Dopo la morte di Vincent la sua salute mentale e fisica vacillò repentinamente, portandolo alla morte appena sei mesi dopo. Lo capì,anche se troppo 
tardi, la cognata, che si adoperò a riunire le tombe dei due fratelli a Auvers sur Oise nel millenovecentoquattoridici.
Per onore di cronaca devo ricordare che Van Gogh soffriva di autolesionismo. Si può portare come esempio di questo fatto il periodo in cui si innamorò della cugina vedova Kate Vos. Siccome i genitori di lei gli impedivano di vederla, li sfidò tenendo il palmo della mano sopra la fiammella di una candela,fino a ustionarsi. Un altro esempio dell’autolesionismo di Van Gogh risiede nel celebre gesto di amputazione del lobo dell'orecchio sinistro a seguito ad una lite con Gauguin. Non credo, comunque, che questa tendenza sia stata propiziatoria al suicidio. Invece c'è un episodio da pochi conosciuto(ho scoperto che ci sono oggi alcuni casi anche su Internet). Van Gogh nel milleottocentottantasette, quando viveva col fratello Theo a Parigi, stipulò una sorta di patto di suicidio con Alexander Reid, un mercante d'arte collega di Theo da Goupil, che era loro ospite. Pare che all'ultimo momento il Reid si ritrasse e non se ne fece nulla. Questo è sicuramente 
un fatto inquietante, che non è mai stato messo a fuoco. Non si sa se fosse uno scherzo o un atto coscientemente deliberato.

 

Genio e sregolatezza vanno spesso a braccetto, tanto che si è sentito il bisogno di fare di questo binomio un luogo comune. Ancora oggi, perciò, ammiriamo di Van Gogh l’indubbia genialità artistica e siamo smarriti di fronte al dolore che ha sempre fatto parte di lui, a quella disperazione di fondo che definire “sregolatezza” solo per aderire all’aridità di un modo di dire sarebbe un peccato.

Martina Cesaretti