Il trionfo romano degli U2: politica, gigantismo e musica da brividi

Erano in 75.000 a Roma ieri sera, per celebrare l’ultima data di questa fase europea del 360° Tour degli U2. La band irlandese più famosa del mondo, si è trovata davanti un Olimpico stracolmo, nonostante i prezzi dei biglietti non proprio popolari; ma il clima mite della serata romana, come ha affermato lo stesso Bono in italiano, era da “serata magica”. A sovrastare il prato dell’Olimpico e accogliere fan e appassionati c’era “The Claw”, l’artiglio: l’immenso palco a forma di ragno (o estraterrestre, ognuno ci ha visto quel che voleva) sulla quale Bono Vox, The Edge, Larry Mullen e Adam Clayton si sono esibiti, mostrando un’invidiabile stato di forma.

Sin dai tempi di Zooropa, oramai, gli U2 sono abbonati al grande circo del rock e i loro spettacoli sono sempre più improntati al gigantismo; anche ieri sera “The claw” ne è stato un chiaro esempio, con le sue mille luci e i suoi video proiettati sull’enorme megaschermo cilindrico. Ma a dominare è stata la musica, con una scaletta che ha fuso i brani dell’ultimo album, No line on the horizon, ai grandi classici del quartetto irlandese.

Ad aprire il concerto, come gruppo spalla, si sono esibiti gli Interpol. Band simbolo dell’ondata post-new wave degli ultimi anni (risale allo scorso settembre l’ultimo e omonimo album) che si è trovata ad assolvere questo compito piuttosto ingrato. Ingrato perché, nonostante l’indubbia qualità della band newyorchese, l’attenzione del pubblico è stata piuttosto scarsa. L’eccitazione era tutta completamente catalizzata per l’attesa esibizione degli U2.

Tra un ingresso sulle note di Space Oddity di David Bowie, una commovente Miss Sarajevo, una potente Sunday bloody Sunday (dedicata ai giovani dissidenti iraniani), Bono ha omaggiato anche Roberto Saviano e ha ringraziato il pubblico italiano che lo segue da anni: “Noi ci siamo innamorati di Roma quando suonammo allo stadio Flaminio molti anni fa (1987) – ha detto Bono rivolgendosi al pubblico – . Grazie per averci tenuti vicini al vostro cuore per tutto questo tempo”.

Il finale è stato un climax ascendente di rara potenza. Dopo gli spettacolari effetti scenografici (la tribuna Tevere disposta a formare la parola One, le curve che diventano la bandiera irlandese e italiana), la band ha snocciolato uno dopo l’altro alcuni dei migliori brani del proprio repertorio: la classicissima One, quindi Where the Streets Have no Name e la trasognante With or without you. Fan degli U2 o meno, è difficile rimanere impassibili davanti a un simile spettacolo di note.

Roberto Del Bove