I premi Nobel e le proteste di Cuba: cosa c’è dietro?

Il dissidente tibetano e premio Nobel Liu Xiaobo

Il regime cubano e’ “disgustato” dai premi nobel per la Pace e la Letteratura, assegnati al dissidente cinese Liu Xiaobo e allo scrittore peruviano Mario Vargas Llosa. A scriverlo è Tomado de Cubatí in un articolo pubblicato sul sito governativo cubadebate.cu (per leggere l’articolo in lingua originale, cliccate qui). Articolo intitolato ironicamente Il premio Nobel torna ad essere “dissidente”, dove la parola dissidente è in evidente virgolettato.

Ma perché il governo cubano non appoggia il conferimento del prestigioso premio ad un fautore cinese della libertà di parola e a uno scrittore che in passato ha appoggiato il governo rivoluzionario di Fidel Castro? Gli ordini di motivazioni sono due: il primo è quello superficiale e apertamente dichiarato nell’articolo; il secondo è quello più profondo e non dichiarato, che riguarda alleanze e strategie politiche del regime di La Habana.

Liu Xiaobo, stando all’articolo, sarebbe una sorta di intellettuale organico a uso e consumo degli Stati Uniti. “Il curriculum vitae di Liu Xiaobo non si differenzia per nulla dal tipo di “dissidente” [ritorna il virgolettato, ndr] che da diversi decenni gli Stati Uniti cercano di designare, con maggiore o minore successo, come quinte colonne in quei paesi che non sono di suo gradimento per il semplice fatto che non riconoscono la sua egemonia”. Il motivo reale, più profondo e non dichiarato, è presto detto: in realtà Xiaobo è osteggiato da Cuba perché nemico dell’illiberale governo di Pechino, di cui Cuba è stretta alleata. Inaccettabile però è il modo in cui l’articolo ignora completamente la condanna a 11 anni e la prigionia a cui è tuttora costretto Xiaobo.

Discorso simile per Vargas Llosa. “L’altro dissidente [qui, stranamente, senza virgolette, ndr] premiato è stato lo scrittore peruviano nazionalizzato spagnolo, Mario Vargas Llosa, uno dei grandi autori della letteratura latinoamericana che, dal mio punto di vista, avrebbe dovuto ricevere il riconoscimento molti anni fa, quando l’autore di Confessioni nella cattedrale era molto più scrittore che politico“. Il riferimento alla politica, qui, non è casuale.

Vargas Llosa ha appoggiato il Governo Rivoluzionario di Castro, è vero, ma solo fino al 1971, anno in cui il caso Padilla ha segnato il divorzio ufficiale tra gli intellettuali occidentali e il regime cubano. Prima comunista, poi democristiano, lo scrittore peruviano si è convertito col passare degli anni ad un liberalismo ortodosso, a seguito di un percorso di studi di economia in America negli anni ’80 (chi poteva insegnare il liberalismo economico meglio dell’America reaganiana?). La candidatura – con successiva sconfitta – alle elezioni presidenziali del suo paese nel 1990 è stato un passo importante che ha segnato il passaggio alla politica attiva, poi abbandonata; ma non per questo Llosa ha smesso di mettere il naso in questioni politiche, criticando in maniera veemente anche Hugo Chavéz, il presidente venezuelano fortemente appoggiato dal governo di La Habana. Inoltre Llosa – come leggiamo anche nell’articolo – è una firma quasi onnipresente nelle periodiche condanne internazionali nei confronti di Cuba. E qui, di nuovo, i nodi vengono al pettine.

Alla luce di quanto detto, le dichiarazioni del sito governativo cubano relativamente al conferimento dei premi Nobel si rivelano essere per quello che sono: una mera mossa di strategia politica internazionale. Solo su un punto si può essere d’accordo con l’articolo di Tomado De Cubatí: quando afferma che sarebbero state da prendere in maggior considerazione anche le candidature di Evo Morales (attuale presidente della Bolivia) e dell’associazione civile argentina Madri di Piazza di Maggio. Forse, con queste ottime indicazioni, l’Accademia di Svezia potrà evitare in futuro di conferire Nobel frettolosi come quello consegnato a Barack Obama lo scorso anno.

Roberto Del Bove