L’Aquila un anno e mezzo dopo: intervista a Mattia Fonzi

Mattia Fonzi, ventisei anni, laureato in Comunicazione Politica all’Università di Perugia, è cittadino e attivista politico aquilano. Segnalato come “cane sciolto” da diverse autorità, collabora attivamente con l’associazione 3e32 (che si occupa delle tematiche connesse al terremoto sin dai primi tempi) e con il progetto editoriale Il Cratere. Ogni domenica, inoltre, collabora a una trasmissione interamente dedicata a L’Aquila su Radio Popolare [podcast scaricabile cliccando qui]. Un anno e mezzo dopo la tragedia del 6 aprile 2009, Mattia ha raccontato ai nostri microfoni qual è la reale situazione nel capoluogo abruzzese. E il quadro che ne emerge è ben diverso da quello offerto dai telegiornali della nostra tv generalista.

D: A un anno e mezzo dal terremoto, qual è attualmente la situazione a L’Aquila?

R: L’Aquila appare come un mostro con le cuciture di Frankenstein. La ricostruzione non è mai partita. Circa 17mila persone alloggiano nel piano c.a.s.e, a fronte di un fabbisogno abitativo di 32mila persone. Almeno 5mila persone sono ancora negli alberghi e alloggiate nelle caserme. La maggior parte degli sfollati (perché dopo 18 mesi ancora di sfollati stiamo parlando) si è arrangiata come può: case di legno più o meno abusive, parenti, amici, soluzioni di fortuna. I lavori alle case con danni lievi sono in notevole ritardo, il centro storico è per il 90% inaccessibile alla cittadinanza, presidiato dai militari. In ogni angolo del centro ci sono piantonamenti dell’esercito, elemento che fa percepire alla cittadinanza una volontà di militarizzazione e infantilizzazione. Più della metà della forza lavoro è in mobilità, cassa integrazione o licenziata. Il tasso di disoccupazione giovanile è di 10 punti percentuali superiore alla media nazionale. La ricostruzione sociale non è mai partita. Mancano centri di aggregazione e i cittadini sono disgregati, delocalizzati e depressi.

D: La sensazione che si ha guardando i telegiornali è che il Governo abbia fatto tutto il possibile per fronteggiare una situazione critica come quella de L’Aquila. Voi siete d’accordo con questo assunto?

R: Il mio disappunto verso questo assunto, come avrete intuito, è fuori discussione. Il Governo ha utilizzato la calamità per scopi elettorali e propagandistici, scaricando tutte le colpe della evidente inadempienza alle amministrazioni locali, una volta passata la palla del Commissariamento Straordinario a queste ultime (marzo 2010). Si potevano trovare soluzioni decisamente migliori del piano c.a.s.e., soluzioni di moduli removibili di ultima generazione che avrebbero garantito permanenza sul territorio dei cittadini, copertura di tutto il fabbisogno abitativo, minori costi di costruzione; si sarebbe inoltre evitata una devastazione del territorio pressoché irreversibile. La logica che ha guidato il Governo è stata quella della costruzione, non della ricostruzione. Nessuno ha intenzione di ricostruire ad oggi. Non c’è neanche un piano strategico di ricostruzione materiale, sociale ed economica del Cratere. La mole di propaganda, insieme alla cultura del “più brilla, più è bello” ha fatto sì che il piano c.a.s.e. fosse presentato come un’eccellenza a livello mondiale. Non è così. Il Premier, che ha visitato la città 24 volte dopo la calamità; ora non si fa vedere da gennaio perchè ha paura di contestazioni. Nell’ultima ordinanza, di circa una settimana fa, emerge come la Protezione Civile – alle dipendenze del Governo – tratti questo territorio come un luogo ancora in stato di emergenza. Ciò succede per giustificare appunto il governo a colpi di ordinanza, che superi ogni ostacolo di ordine giuridico, istituzionale, politico e di regime d’appalti. In poche parole, se questa è un’emergenza ci è permesso di fare ogni tipo d’affare senza nessun vincolo né controllo.

D: Guardando il Prospetto Affidamenti Progetto c.a.s.e. del 24 maggio 2010 cosa emerge?

R: Ciò a cui ti riferisci è il bilancio delle spese su e per il piano c.a.s.e. pubblicato qualche tempo fa dal sito internet della Protezione Civile Nazionale [scaricabile cliccando qui]. Quel che emerge è proprio quello che affermavo prima. Uno specchietto per le allodole che è servito più al Governo sul piano nazionale, piuttosto che ai cittadini del territorio. L’Aquila è stata utilizzata per fare politica nazionale, e ciò – dal loro punto di vista – è stato fatto anche egregiamente. Questo meccanismo si è innestato attraverso alcuni strumenti, non ultimi gli 11mila euro di torrone presenti in quel prospetto, i 14.00 euro per i dolciumi o i 4.500 euro per cavatappi [per queste voci vedere in basso a pag.7 del prospetto, ndr].

D: In che misura la popolazione abruzzese aderisce alle manifestazioni? La protesta è aumentata negli ultimi tempi?

R: Per problemi culturali – e non riguardanti la specificità delle cause e dei territori – anche L’Aquila ha faticato molto a far sentire la sua voce. Dal giugno 2009 ci sono manifestazioni frequenti e periodiche e proposte concrete (anche progettualmente tecniche) da parte del movimenti di cui faccio parte. La protesta è andata sicuramente crescendo dapprima con le indagini delle procure di Firenze e Perugia sulla Protezione Civile SpA e sulle cricche del marzo scorso (il cosiddetto Periodo delle “Carriole”) e successivamente in vista delle decisioni sulla restituzione delle tasse. In questo caso, circa 20mila aquilani hanno occupato l’autostrada il 16 giugno scorso e hanno preso qualche manganellata in 5mila a Roma il 7 luglio scorso. Le proteste sono servite a sbloccare alcune voci del fondo CIPE per la ricostruzione e a prorogare fino a dicembre la restituzione delle tasse. In ogni caso non basta, perché non puoi pagare (e restituire, pagando interessi sul credito alle banche) contributi se non hai reddito. Non ce la fai. Da gennaio verremo messi ancora più sul lastrico. Dopo l’estate le manifestazioni, che noi organizziamo puntualmente, sono quantitativamente scese di numero, ma stiamo provando a ricreare quel clima di opinione necessario ad alzare il tiro della lotta.

D: La manifestazione tenutasi lo scorso maggio a Roma ha colpito l’intero Paese per la violenza degli scontri avvenuti tra i manifestanti e le forze dell’ordine. Hai qualcosa da dire a chi afferma che le esagerazioni ci sono state da entrambe le parti?

R: Le violenze da parte dei celerini sono stati scatenate solo ed esclusivamente dal fatto che la zona in cui volevamo passare era interdetta alle manifestazioni. Non c’è stata nessuna – e dico nessuna – provocazione da parte dei manifestanti, tutti pacifici, disarmati e aquilani. Ci tengo a precisare la provenienza perché, come al solito, da parte dell’ufficio stampa del Ministero dell’Interno si tende a sminuire una manifestazione accusando i manifestanti di assecondare infiltrati violenti. Nella fattispecie, sarebbero esponenti dei centri sociali romani. A parte il fatto che è patetico giustificare ogni abuso da parte della Polizia con la parolina chiave “centri sociali” (come se fosse tutto ammesso), assicuro personalmente che non c’erano gruppi organizzati non aquilani presenti al corteo ma solo due ragazzi romani, che guidavano il furgone (di loro proprietà e che ci hanno gentilmente concesso) in testa al corteo. Guarda caso, sono stati gli unici due denunciati. C’è sempre volontà di delegittimazione, ma con il senno di poi posso dirti che la faccenda è mediaticamente andata a nostro vantaggio. Fossi il capo della Polizia avrei fatto una bella strigliata a chi ha ordinato le cariche, perché si sono ritorte contro.

D: In definitiva: come si sta muovendo ora la protesta? Quali sono i prossimi provvedimenti chiedete alle autorità?

R: Il movimento, come tutti i movimenti localisti che durano da anni in Italia, subisce attacchi forti e momenti di alto e basso tipici dello spontaneismo. Attualmente non è un buon momento per noi: la ripresa dopo l’estate è sempre faticosa, soprattutto per quanto riguarda il coinvolgimento di un gran numero di persone. Ci sono divisioni interne e attacchi forti da tutte le parti, soprattutto politiche. Quello che noi chiediamo nell’immediato è la revoca a vice-commissario per la ricostruzione di Antonio Cicchetti. Una nomina che ha provocato anche le dimissioni da vice-commissario del sindaco Massimo Cialente. Cicchetti, aquilano e proprietario di un campo da golf comprensivo di resort e centro benessere nella periferia nord della città, è noto a L’Aquila per essere stato condannato per “Culpa in vigilando” in occasione dell’abuso di denaro pubblico durante la Perdonanza Celestiniana 2002-2004, presieduta da una fondazione di cui egli era Presidente. Inoltre non è stato investito di nessuna carica democratica (a differenza del Commissario Chiodi e di Cialente); non è quindi ammissibile che sia affidata la ricostruzione della nostra città a un condannato non eletto, che esercita il suo potere a colpi di ordinanze. Avrebbe troppi conflitti di interesse economici in città. Inoltre, per come la vediamo, l’arrivo di Cicchetti è la pretesa spregiudicata della cricca di rimettere mano alla città. Solo alcune connessione logiche: Cicchetti, come l’ex-vice di Bertolaso alla Protezione Civile, Angelo Balducci (ricorderete) e il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri Gianni Letta sono “Gentiluomini di Sua Santità” nell’ordine dell’Opus Dei (non a caso Cicchetti è il Direttore Amministrativo del Gemelli di Roma).

Inoltre chiediamo che arrivino davvero questi fondi promessi. Non si può iniziare la ricostruzione senza soldi e per ora non è arrivata una lira. Fondi e futuro certo: l’unico mezzo per garantire il tutto è una tassa di scopo. La tassa di scopo sarebbe la stessa identica per gli altri terremoti. Un’accise sulla benzina avrebbe molto senso, visto che paghiamo ancora le accise su guerra in Abissinia e quant’altro.

Riguardo alle tasse, chiediamo di essere trattati semplicemente come tutti gli altri terremotati; restituzione delle tasse dunque, per una percentuale inferiore al 100% e solo a partire da quando la situazione in città sarà diventata economicamente più solida. Com’è successo in Umbria, dove hanno iniziato a pagarle dopo 10 anni e senza interessi. L’erario dei cittadini colpiti dal terremoto è una quantità infinitesimale rispetto all’erario nazionale.

Siamo stufi di essere governati a colpi di ordinanza e che non sia ascoltata mai la nostra voce. Abbiamo proposto centinaia di progetti, piani strategici, proposte di risorse economiche e sociali per risolvere la situazione, ma nessuno ci ascolta. Chiediamo più trasparenza e partecipazione, visto che con le ordinanze si superano tutte le logiche delle leggi ordinarie. Stiamo redigendo una proposta di legge di iniziativa popolare per dare un segnale, perché vogliamo finalmente una legge organica da parte del Parlamento che regolamenti tutti gli aspetti materiali, edilizi, giuridici, economici e sociali del territorio.

In ogni caso, lottiamo a fatica, anche se siamo nella merda. La situazione non si sblocca e gli aquilani se teoricamente sono con noi (pochissimi ormai sono incondizionatamente a favore del Governo) nella pratica delle proteste e della lotta preferiscono delegare alla solita presunta “avanguardia illuminata” perché sfiduciati, scoraggiati, rassegnati, stanchi e spesso mentalmente e culturalmente pigri.

Roberto Del Bove