“The social network”: la nascita di Facebook e la solitudine di Zuckerberg

Era uno degli eventi più attesi dell’anno, non solo a livello cinematografico, sebbene la direzione di un regista come David Fincher (Fight club, Seven) abbia sicuramente aumentato la curiosità dei cinefili. La proiezione di The social network, presentato stamattina al Festival di Roma in anteprima nazionale, è in realtà un evento strettamente connesso con le trasformazioni della nostra società negli ultimi anni, raccontata attraverso la nascita di Facebook, il più popolare e rappresentativo network del web 2.0.

Il film racconta la nascita di Facebook e le controversie legali che l’hanno accompagnata, ma con un focus speciale sul suo fondatore: Mark Zuckerberg. Attualmente Zuckerberg è il più giovane miliardario al mondo ed è fondatore e amministratore delegato di un’azienda da 25 miliardi di dollari, ma questa è solo la conclusione della storia: chi è veramente Mark Zuckerberg?  Cosa l’ha spinto a fondare Facebook ? E perché alcuni vecchi amici gli hanno fatto causa per milioni di dollari? Queste domande sono ciò che realmente interessa Fincher e il nucleo del film sta tutto nelle risposte a questi quesiti.

Il regista vuole mostrare come l’uomo che ha interconnesso 500 milioni di utenti abbia in realtà dei problemi relazionali, e lo fa attraverso due filtri privilegiati: le donne e gli amici. Al tempo della fondazione di Facebook, Zuckerberg è un diciannovenne nerd timido e introverso, ignorato dalle ragazze e con pochissimi amici. Tra loro c’è Eduardo Saverin, co-fondatore di Facebook che poi (come mostra intelligentemente Fincher in parallelo) gli farà causa per 600 milioni di dollari. La tesi del film è che – come ha dichiarato in conferenza stampa l’attore protagonista del film Jesse Eisenberg – “Mark ha creato Facebook perché era lui il primo ad averne bisogno”. In fondo, sembra dire il regista, il fondatore del social network più popolare può essere ricco e pieno di amici (virtuali), ma era ed è una persona sola.

Il film – tratto dal libro “The accidental billionaires” di Ben Mezrich – è ampiamente documentato e narra fatti realmente accaduti, lasciando il giusto spazio alla fiction ma senza trascendere nel romanzato. Fincher dà ritmo e dinamicità ad una storia che si dipana in parallelo tra studi di avvocati, cause milionarie e le aspirazioni di alcuni giovani dal QI particolarmente elevato. Le musiche di Trent Reznor (ex Nine-Inch-Nails) e Atticus Ross lo aiutano nel compito, come anche l’interpretazione di Eisenberg, pedantemente verboso – come probabilmente è Zuckerberg – e pieno di sfumature nascoste. Non è un caso se alcuni critici, negli States, hanno parlato per lui anche di Oscar. Una sopresa: il film mette in risalto anche le doti da attore di Justin Timberlake (chi l’avrebbe detto?) spregiudicato e affabulatore nel ruolo del fondatore di Napster, Sean Parker.

La storia del fondatore di Facebook è la storia dei nuovi potenti del mondo; non politici, né industriali, ma creativi programmatori informatici. L’epoca in cui viviamo si può definire a buona ragione l’epoca della “rivincita dei nerd”, degli hacker che dagli sgabuzzini sono riusciti a trasformare per sempre il mondo in cui viviamo. In fondo Zuckerberg non è che l’ultimo erede della dinastia degli hacker “istituzionalizzati”, che ha come capostipiti Bill Gates e Steve Jobs (già ritratti, questi ultimi, nel film I pirati della Silicon Valley). Fincher però mostra come dietro la nascita di uno degli strumenti relazionali più potenti e democratici al mondo ci sia qualcosa di intimo e profondamente umano: la solitudine di un ragazzo geniale ma insicuro.

Finito l’articolo. Ora posso staccare e non sentire più quel fastidioso ticchettìo sulla tastiera della giornalista accanto: sono due ore che invece di scrivere cazzeggia su Facebook.

Roberto Del Bove