Sarah Scazzi: le 7 prove che inchiodano Sabrina


I legali di Sabrina Misseri, arrestata per concorso in omicidio e sequestro di persona in merito al caso di Sarah Scazzi, si rivolgeranno al tribunale del riesame per dimostrare l’innocenza della ventiduenne.

Michele Misseri, inizialmente reo confesso del delitto, aveva chiamato in correità sua figlia Sabrina, spiegando che era stata lei ad attirare la cugina nel garage e a tenerla ferma mentre veniva strangolata. Recenti esiti hanno confermato che la macchia di sangue rinvenuta a bordo del bagagliaio dell’auto sia di Sarah.

La posizione della Misseri si rivela particolarmente astiosa, soprattutto in merito alle prove quasi schiaccianti che confermerebbero un suo coinvolgimento diretto nell’omicidio. Si parla, esattamente, di sette passaggi.

La prima prova è stata resa da Mariangela Spagnoletti, ex amica di Sabrina e ritenuta, da gip e accusa, “testimone assolutamente genuina”. Questa ha contraddetto il luogo in cui la ventiduenne si sarebbe trovata al suo arrivo: era in strada e in stato di agitazione, e non sul patio come sostenuto in fase di interrogatorio.

Seconda e terza prova ruotano intorno al racconto di Concetta Spagnolo, madre di Sarah. La donna giura di non aver mai detto “l’hanno presa, l’hanno presa”, e afferma che Sabrina le aveva riferito che i suoi genitori non erano in casa. Non era così, e dopo qualche tempo la stessa figlia di Michele e Cosima si sarebbe contraddetta sulla faccenda.

Il quarto punto su cui l’accusa incastra Sabrina riguarda i tabulati telefonici. Intercettato un sms inviato ad Ivano, altro amico di entrambe le cugine, è stato possibile verificare che il cellulare era poggiato su una cella di Nardò: il luogo in cui Michele avrebbe poi occultato il cadavere di Sarah.

La quinta prova è racchiusa nei vari tentativi di depistaggio, dichiarazioni fuorvianti comprese: Sabrina aveva accusato, seppur velatamente, prima la badante del nonno di Sarah, poi ipotetici rumeni e, infine, addirittura Giacomo Scazzi, padre della ragazzina.

La sesta prova, invece, riguarda il diario tenuto nascosto ai carabinieri di Avetrana: secondo l’accusa, il depistaggio sarebbe avvenuto per eliminare o censurare passaggi che avrebbero potuto coinvolgerla direttamente.

Infine, la settima prova: un’intercettazione ambientale avvenuta il giorno in cui veniva reso ufficiale il ritrovamento del telefonino di Sarah, in cui Sabrina afferma, “Lì ci sono le mie impronte”.

Carmine Della Pia