Psichiatric Hospital Frankenstein, mostra fotografica di un’”amorosa crudeltà”

A Milano, lo Spazio Tadini ospiterà, ancora per tutto il mese di Novembre, le mostra fotografica di Giordano Morganti  “Psichiatric Hospital Frankenstein” di Giordano Morganti. Esposta a Palazzo Te a Mantova nel 2007, la mostra fece molto discutere per il suo contenuto  e, allora, se ne rischiò la chiusura. Per questo motivo Morganti evitò di esporla per i tre anni successivi, fino a ottobre di quest’anno.

L’opera fotografica “Psichiatric Hospital Frankenstein” si origina dal confluire in un progetto unitario di tre ricerche artistiche portate avanti in periodi e con tempi differenti. L’iniziale attenzione per i dettagli del corpo umano, che ha riempito le sere di un Morganti giovane, dopo il lavoro a Vogue, ha chiesto al fotografo ben cinque anni. Conclusa con esposizioni importanti, Morganti ha intrapreso un lungo e faticoso percorso di trent’anni, di ricerca fotografica sui pazienti degli ospedali psichiatrici, da Milano, a Cremona, a Roma. Una smisurata mania di fotografare i “folli, che, racconta, si mettevano ordinatamente in fila e poi si riprenotavano continuamente per la posa, rimpolpava un lavoro che avrebbe voluto intitolare Gli amici della mente, la nuova monarchia, per l’aspetto regale che riconosceva in molti dei loro ritratti. Questa sua ricerca è stata quella più difficile da seguire con continuità ed è all’origine delle molte polemiche che sono ricadute sul suo lavoro. Infine, Giordano Morganti ha dedicato l’ultima parte del suo lavoro alla fotografia degli alberi, un lavoro “forse non ancora concluso”, fatto di lunghissime passeggiate nei boschi alla ricerca di qualcosa che non capiva esattamente. Tutto in assenza del digitale.

Queste tre ricerche sono confluite organicamente in Psichiatric Hospital Frankenstein.Il fotografo ha voluto, infatti, indagare artisticamente la conclusione a cui era arrivato, che sia il rifiuto sociale ricevuto a spingere un uomo a compiere le peggiori turpitudini, come “un Frankenstein” che nasce estremamente buono e il “rifiuto sociale l’ho trasforma in un mostro; viene così creato il triplice percorso dell’opera, “corpo, mente e anima”, facendo giocare tra loro le precedenti ricerche in un unità narrativa: ci sono i pezzi di corpo con cui lavorò il dottor Frankestein, la mente rappresentata dai folli con la loro regalità, e l’anima attraverso le immagini degli alberi. Un viaggio, dunque, quello di Psichiatric Hospital Frankenstein che va dai ritratti di malati psichiatrici, alle immagini di parti anatomiche,  per poi giungere ad uno scenario agreste dove gli alberi, tra terra e cielo, diventano l’anima del mondo.

Mentre alla Triennale viene esposto il reportage sul manicomio di Leros, lo Spazio Todini accoglie dunque una mostra per riflettere sulla capacità della società di creare mostri e demonizzare l’imperfezione dell’essere umano; per accostare soprattutto un’imperfezione umana indagata con amorosa crudeltà (come rileva il critico Parmigiani) ad un naturale disordine arboreo, che non chiamiamo imperfezione, attraverso l’attenzione acuta sui dettagli e le parti. Precisa Morganti: “Il risultato non è però estetizzante perché il libro sulla follia è desolante e senza pietà, proprio come la realtà vissuta dalle persone che ho fotografato con tanta difficoltà. Chi osserva si sente a disagio di fronte a quei volti certo non belli né delicati perché viviamo in una società che rifiuta ogni diversità classificandola come mostruosa”.

Giulia Antonini